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Giovanna Casapollo
“Male di Sardegna”

Le cocche del fazzoletto che copre una massa di capelli bianchi asciugano i suoi occhi. Il gesto ormai consueto sottolinea un dolore lontano rinnovato dal racconto sempre uguale. La cava di argilla le ha rubato in modo cruento il suo uomo. Urla sottomesse e disperate rompono le parole in singhiozzi sommessi , sotto le ciglia barbagli di incredulità compaiono ancora come lampi nella tempesta, il racconto mi affascina e mi addolora, la incalzo con domande pietose e discrete. Quando …quando…perché … lei parla rompendo il suo dire con parole straniere che le si impigliano nella bocca.

“ argille preziose…refrattaria, bentonite, caolino alimentavano industrie là nel continente straniero. Uomini forti estraevano in Sardegna il materiale col picco, massetta e pala , bambini e ragazzi la trasportavano in coffas in cambio di pochi centesimi, i carri dei treni le portavano lontano”.
Il suo uomo forte tra i forti scava nella roccia la dura argilla che mine conficcate nel terreno fanno esplodere.
Lo sguardo si illumina di dolore rinnovato, le mani stringono il fazzoletto, le gambe accucciate sul bordo del caminetto tremano impercettibilmente. L’esplosione provoca ancora oggi una frana omicida , il corpo amato e dilaniato viene estratto ancora e ancora pietosamente dai compagni ammutoliti. Una processione nera di lutto accompagna in eterno il suo uomo nel sonno della morte.
“Era un giorno come tanti, i botti dalla cava colpivano ‘sa conca’ (la testa) agli abitanti del luogo ormai abituati a quei colpi che facevano parte del paesaggio. Ma quella volta un insolito silenzio li seguì. Marietta lasciò i panni da stendere e corse fuori nella strada insieme ad altre donne che avevano percepito in quell’atmosfera attonita, una tragica fatalità.
Il figlio attaccato al seno, la ciotola del pranzo nella mano libera, cammina veloce inerpicandosi nei viottoli pietrosi della cava di Cignoni. Gli alberi piegati ad est dal maestrale accompagnano dolenti la sua corsa felina. Arrivata al campo di lavoro tutto parla di morte, carrelli abbandonati pale e martelli solitari indicano la via allo squarcio del terreno dove uomini frenetici scavano con le mani nude in mucchi di terra argillosa. Un urlo di madre si leva nel cielo a fermare quelle mani pietose.
Quell’urlo disperato accompagnerà nella mente e nel cuore i suoi anni di vedova. I figli cresceranno senza padre e la povertà le sarà fedele compagna nella vita.


Ma ecco che il suo viso si fa sorridente le mani si acquietano, una carezza mi sfiora la gota bagnata; non parla più del suo uomo mi propone una passeggiata nel bosco alla ricerca di erbe mangerecce.
La seguo con fatica, la sua andatura è rimasta felina, le gambe sottili solcano lunghi passi nei viottoli pietrosi, i suoi occhi pungenti snidano i frutti del terreno e mi indicano trionfante le proprietà delle erbe officinali che riconosce con precisione e competenza muliebre. Guardo con ammirazione le mani ferite da profonde solcature simili a rami ruvidi di quercia. Ne colgo la simbiotica sintesi con la natura. Sono affascinata da questa donna ne spio la gestualità ne assimilo il parlato ne contemplo la femminilità arcaica e solenne.
In silenzio iniziamo la via del ritorno, le cammino dietro arretrata di qualche passo. La osservo; il suo corpo magro e asciutto simula l’andatura di una giovine. Si volta e mi sollecita a camminare più svelta. “ahioo…ahioo si è fatto tardi” Le brume della sera avanzano, le ombre sulla strada sterrata si allungano paurosamente. Mi guardo intorno, gli alberi cicalanti si preparano alla notte, gli uccelli girano impazziti alla ricerca del nido caldo e accogliente. Ho paura non riconosco più i luoghi. Cammino più svelta che posso, la raggiungo. Parla di cena da apparecchiare e di figli da sfamare. Non l’ascolto più presa da un’inquietudine profonda. Finalmente le case del paesino si intravedono illuminate e solitarie, allungo il passo e corro fremente verso casa.
Mi chiudo in camera. Affanno ancora. Mi lascio andare sul letto. Le immagini che mi si sono stampate negli occhi abbagliano ancora la mia mente. Quei luoghi rocciosi e ricchi di macchia lussureggiante appaiono come flash fotografici. Una nausea fastidiosa mi prende allo stomaco. Lo spettacolo esagerato in cui sono stata immersa mi ha spossato. La campagna sarda turba la mia sensibilità. Piano piano scivolo in un sonno senza sogni.
Le lunghe giornate di sole favoriscono il mio riposo pomeridiano, nella penombra della mia camera, ad occhi aperti non penso, mi limito ad osservare le fessure della serranda attraverso cui passano lamelle di luce simile ad arcobaleno. Una folla di volti come fotogrammi impazziti mi passano davanti, non so decidermi a partire, le valige aperte con gli indumenti sparsi sulle sedie mi ricordano che è giunta l’ora di lasciare questa terra, questa gente e raggiungere la mia di terra, la mia gente, immagini sbiadite nel lungo periodo di tempo che ho trascorso in sardegna. Aspetto qualcuno che mi dissuada a partire …o che mi proponga una fuga, un viaggio….