Le cocche del fazzoletto che copre una massa di capelli bianchi asciugano
i suoi occhi. Il gesto ormai consueto sottolinea un dolore lontano
rinnovato dal racconto sempre uguale. La cava di argilla le ha rubato
in modo cruento il suo uomo. Urla sottomesse e disperate rompono le
parole in singhiozzi sommessi , sotto le ciglia barbagli di incredulità
compaiono ancora come lampi nella tempesta, il racconto mi affascina
e mi addolora, la incalzo con domande pietose e discrete. Quando …quando…perché
… lei parla rompendo il suo dire con parole straniere che le
si impigliano nella bocca.
“ argille preziose…refrattaria, bentonite, caolino
alimentavano industrie là nel continente straniero. Uomini
forti estraevano in Sardegna il materiale col picco, massetta e
pala , bambini e ragazzi la trasportavano in coffas in cambio di
pochi centesimi, i carri dei treni le portavano lontano”.
Il suo uomo forte tra i forti scava nella roccia la dura argilla
che mine conficcate nel terreno fanno esplodere.
Lo sguardo si illumina di dolore rinnovato, le mani stringono il
fazzoletto, le gambe accucciate sul bordo del caminetto tremano
impercettibilmente. L’esplosione provoca ancora oggi una frana
omicida , il corpo amato e dilaniato viene estratto ancora e ancora
pietosamente dai compagni ammutoliti. Una processione nera di lutto
accompagna in eterno il suo uomo nel sonno della morte.
“Era un giorno come tanti, i botti dalla cava colpivano ‘sa
conca’ (la testa) agli abitanti del luogo ormai abituati a
quei colpi che facevano parte del paesaggio. Ma quella volta un
insolito silenzio li seguì. Marietta lasciò i panni
da stendere e corse fuori nella strada insieme ad altre donne che
avevano percepito in quell’atmosfera attonita, una tragica
fatalità.
Il figlio attaccato al seno, la ciotola del pranzo nella mano libera,
cammina veloce inerpicandosi nei viottoli pietrosi della cava di
Cignoni. Gli alberi piegati ad est dal maestrale accompagnano dolenti
la sua corsa felina. Arrivata al campo di lavoro tutto parla di
morte, carrelli abbandonati pale e martelli solitari indicano la
via allo squarcio del terreno dove uomini frenetici scavano con
le mani nude in mucchi di terra argillosa. Un urlo di madre si leva
nel cielo a fermare quelle mani pietose.
Quell’urlo disperato accompagnerà nella mente e nel
cuore i suoi anni di vedova. I figli cresceranno senza padre e la
povertà le sarà fedele compagna nella vita.
Ma ecco che il suo viso si fa sorridente le mani si acquietano,
una carezza mi sfiora la gota bagnata; non parla più del
suo uomo mi propone una passeggiata nel bosco alla ricerca di erbe
mangerecce.
La seguo con fatica, la sua andatura è rimasta felina, le
gambe sottili solcano lunghi passi nei viottoli pietrosi, i suoi
occhi pungenti snidano i frutti del terreno e mi indicano trionfante
le proprietà delle erbe officinali che riconosce con precisione
e competenza muliebre. Guardo con ammirazione le mani ferite da
profonde solcature simili a rami ruvidi di quercia. Ne colgo la
simbiotica sintesi con la natura. Sono affascinata da questa donna
ne spio la gestualità ne assimilo il parlato ne contemplo
la femminilità arcaica e solenne.
In silenzio iniziamo la via del ritorno, le cammino dietro arretrata
di qualche passo. La osservo; il suo corpo magro e asciutto simula
l’andatura di una giovine. Si volta e mi sollecita a camminare
più svelta. “ahioo…ahioo si è fatto tardi”
Le brume della sera avanzano, le ombre sulla strada sterrata si
allungano paurosamente. Mi guardo intorno, gli alberi cicalanti
si preparano alla notte, gli uccelli girano impazziti alla ricerca
del nido caldo e accogliente. Ho paura non riconosco più
i luoghi. Cammino più svelta che posso, la raggiungo. Parla
di cena da apparecchiare e di figli da sfamare. Non l’ascolto
più presa da un’inquietudine profonda. Finalmente le
case del paesino si intravedono illuminate e solitarie, allungo
il passo e corro fremente verso casa.
Mi chiudo in camera. Affanno ancora. Mi lascio andare sul letto.
Le immagini che mi si sono stampate negli occhi abbagliano ancora
la mia mente. Quei luoghi rocciosi e ricchi di macchia lussureggiante
appaiono come flash fotografici. Una nausea fastidiosa mi prende
allo stomaco. Lo spettacolo esagerato in cui sono stata immersa
mi ha spossato. La campagna sarda turba la mia sensibilità.
Piano piano scivolo in un sonno senza sogni.
Le lunghe giornate di sole favoriscono il mio riposo pomeridiano,
nella penombra della mia camera, ad occhi aperti non penso, mi limito
ad osservare le fessure della serranda attraverso cui passano lamelle
di luce simile ad arcobaleno. Una folla di volti come fotogrammi
impazziti mi passano davanti, non so decidermi a partire, le valige
aperte con gli indumenti sparsi sulle sedie mi ricordano che è
giunta l’ora di lasciare questa terra, questa gente e raggiungere
la mia di terra, la mia gente, immagini sbiadite nel lungo periodo
di tempo che ho trascorso in sardegna. Aspetto qualcuno che mi dissuada
a partire …o che mi proponga una fuga, un viaggio….
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