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Lo spettacolo invisibile
Il circo è uno spettacolo piacevole, magnifico ed esaltante.

Una volta da bambino mi capitò di andare al circo. Ero con mio padre, mia madre e nessun altro, come sempre in quegli anni spensierati. Quella volta al circo mi annoiai a morte, e neppure le pulci ammaestrate all’invisibilità riuscirono a consolarmi. I clown da bambino mi impaurivano, e in questi anni in cui il passato riaffiora con una certa regolarità ai miei pensieri mi sembra di difendermi come i cani; le mie paure diventano un tipo di inquietudine mista a rabbia pura, una miscela difficile da esprimere liberamente, per amore o per paura di finire in prigione.

Fatto sta che qualche giorno fa, nel corso di un pomeriggio che ha nettamente ridisegnato i confini della mia concezione di noia, ho visto in televisione una cosa molto interessante. Andava in onda il Gran Circo Rumeno in diretta da sotto casa mia. Mi sono soffermato qualche momento in più su questo spettacolo nella disperata illusione che ciò potesse darmi, se non il colpo di grazia, quantomeno un consistente aiuto nel raggiungere l’impero del sonnellino pomeridiano. Così mi sono ritrovato in mutande e sudore davanti al piccolo enorme schermo, mentre si producevano in nauseabonde e fugaci comparsate una decina di acrobati che sapevano stare tutti insieme appassionatamente in equilibrio su un motorino filiforme rubato nel ’72; una tigre siberiana che sapeva percorrere una passerella, ruggire e fare poco altro ancora; una puttana che lavora sulla via cassia intenta a maneggiare birilli, clavette, cerchi e palle in maniera orripilante…

Alla fine di questo spettacolo un panciuto presentatore in livrea rossa si portò verso il pubblico con un sorriso all’acqua zuccherata. Annunciò che il pubblico del tendone poteva anche andare affanculo, adesso che ogni artista aveva ricevuto la sua modesta frazione di attenzione. Invece di andarsene affanculo, come io e il resto dell’audience televisiva speravamo con le briciole delle nostre vecchie forze, il pubblico proruppe in un applauso fragoroso quanto privo di senso apparente. Dallo schermo trasparvero sorrisi e sguaiatezza generica, quando il presentatore prese di nuovo la parola, chiedendo al pubblico pagante nonché carnivoro quale fosse stato, tra quelli appena esibitisi, l’artista che avesse riscosso una più alta percentuale di gradimento.

Il pubblico, già onnivoro, rispose con fervore in favore di un ometto piccolo piccolo, dall’aspetto asciutto, la faccia leggermente lunga e i capelli castani, che aveva appena tediato gli astanti con un numero di barzellette datate come il motorino degli acrobati. Il suo fu tuttavia un numero mediocre ed onesto, che lasciava intendere come la personalità di quell’uomo fosse stata lo specchio delle battute da lui stesso recitate, o magari il contrario. Ad ogni modo, il suo numero aveva fatto presa sul pubblico, e questa era una gratificazione per tutti. Il pubblico era infatti pervaso da un senso comune di appagamento che andava crescendo di secondo in secondo, un senso derivato dalla ferma unità nell’aver acclamato a gran voce il mediocre barzellettiere, che pareva appena estratto a sorte dal mezzo del pubblico per passare un minuto e mezzo netto tra i suoi beniamini del circo.

L’istante d’euforia massima arrivò poco dopo, quando il presentatore aveva già estratto la sua automatica dal buco del culo e fatto fuoco sulla fronte del barzellettaio. Nessuno smise più di applaudire, dopo lo sparo. Sugli spalti, persone che prima non si conoscevano ora si scambiavano baci appassionati, frasi sdolcinate e cori gaudenti. I bambini in festa chiedevano “ancora, ancora!” e sembrava che quella festa, ammessa una diversa gestione del concetto di bene comune, in realtà non avrebbe mai dovuto conoscere una fine. Dal cielo piovevano coriandoli, stelle filanti e sbruletticuz, qualsiasi cosa essi siano. Il telegiornale di lì a poco avrebbe titolato qualcosa come “Miracolo al circo, veri amori sugli spalti”. E il tripudio fu totale quando un cardinale disse che l’anima del piccolo artista era ormai libera dal corpo e cantava insieme al pubblico, non udito in quanto anima incorporea, e perciò libera di stonare quanto e come meglio credeva. Il presentatore, con i suoi pantaloni bianchi picchiettati di sangue, disse la gran banalità dello spettacolo che va avanti lo stesso, e ricambiato dall’applauso degli spettatori sparì insieme agli altri artisti dietro il blu del tendone. Io stesso rimasi piuttosto soddisfatto. Allora spensi la tv, rimuginando se un giorno avrei dato al circo una nuova possibilità di sedurmi dal vivo.

Poi mi addormentai per un tempo lunghissimo, e mi svegliai che le vacanze erano già finite.