La costa cha va da Meta a Sorrento,
e anche quella prima, anzi di più quella prima, è una
cosa che la vengono a vedere da lontano tanto è bella, ed è
bella; è magnifica, in verità. Dallo stradone però
vedi solo muri di pietra e la scarpata, lo strapiombone delle colline
grigie, e dietro il muro tutti alberi spinosi di cui non so il nome,
tipo palmette col ciuffo, pini marittimi, ma in miniatura. Salendo,
appare lo costa squadrata: contrafforti neri alti venti metri buoni
sul mare a strisce, color collirio. Da lontano sembrano proprio desolati
e invece c'è già una folla, c'è sempre.
E' un posto pieno di torri e torrette, di ville col frontone, l'epitome
del lusso; le persone cotte dal sole sono abbastanza belle, persino
i maschi, persino i vigili. Danno proprio l'idea di non avere un cazzo
da fare tutto il giorno. Non si può dire però che di
tanta bellezza se ne siano fatti granché. E per molti versi
è una fortuna, che siano gente tanto infingarda e fessa: hanno
toccato poco, per pigrizia; hanno distrutto poco. Poco, ma sempre
un bel po'. E' inutile dire infatti che la loro mera presenza è
sufficiente a turbare il luogo e a farti salire le lacrime, vere lacrime
di disperazione. Ma già doversi spostare in macchina sopra
il catrame che ricopre le strade romane è un castigo, un'immeritata
vendetta delle cose contro di me che non ho colpa, nessuna davvero.
Il dover indossare la camicia sotto cinquanta gradi, le scarpe marrò,
la borsa in mano; soprattutto il doverci andare per una ragione che
non sia il diletto, il doverci andare per forza.
La luce del sole è tale, l'onda di calore è tale che
i palazzi sembrano tutti baffuti, tutti ricami. Invece sono semplici,
pietra grigia e mattoni rossi o facciate bianche con cupole bianche
pure loro, o color osso. Altri giallini, altri vaniglia, roba più
moderna, fatta dal governo per questi pecorai del mare: municipi,
stazioni, spitali e ricoveri; orrende, come in ogni luogo, le case
della giustizia. Qui il mare non è freddo come piace a me,
non ha correnti profonde. Chiuso da tre lati pare un lago: si vede
benissimo l'altra costa sotto il vulcano, le case degli umani torno
torno in una striscia continua. Si vede pure la teoria dei golfi e
dei seni, che sono due parole migliori del loro significato: come
granita, zaffiro, aneto, molecola. Al ritorno ho imprudentemente scartato
l'autostrada per la via dell'altra costiera, quella di Amalfi, che
fa ancora più male percorrere quando non si è lieti.
.
.
Se da Amalfi prendi verso l'interno invece che per il mare puoi sperderti
per oltre sei ore tra colline gialliàte. Forse Israele nel
suo momento di grazia somigliava a queste montagne nude, ciuffiàte
di arbusti viola, di olivi grigi; striate di fuoco già adesso.
Tra un mese sarà tutta una vampa. Anche qui, come nella terra
di giuda, il deserto avanza. Non c'è un fiume, un rigagnolo,
canali neppure. Restano i ponti di pietra e sotto le loro volte di
un metro c'è solo sterpaglia. Di botto dietro una curva della
via assassina spunta un torrione giallissimo, il più grande
torrione di sabbia del mondo. Pare di vedere l'aria che se ne porta
via le miche, che lo sbriciola un secolo dopo l'altro. Così
agonizzante, questa terra non è ancora morta: c'è ancora
qualche bestia tra le stoppie che frinisce malamente, come una pazzia.
Ci sono le lucertole e gli insetti di metallo.
.
.
certo questi luoghi gialli... una città intera fatta della
stessa pietra, alquanto porosa sotto il sole dell'una... mi è
ormai difficile richiamare alla mente le figure. Più che pietra
sabbia impastata, facile da lavorare. E un conto è sognare
acque gelide, un altro affondarci... molto freddo, quest'altro mare,
non resisti più di pochi minuti... nel panorama costantemente
giallo, campi di zucche, merle per l'aria... anche gazze, molte, più
grandi che qui... del colore dei cremini, spèrse nel giallo
mio colore fortunato, numero, e talismano... del mio nome...
L'uomo che attraversa i climi e le regioni, cosa sarebbe senza la
sua biblioteca... lungo i rami dell'albero della vita... in basso
elefanti e grifoni, alessandro, dragoni; chiome di serpenti, braccia
d'uomini come serpenti... albero con più cime, un simbolo pagano
tra le vetrate sponsorizzate dalle corporazioni, una nave: una spada,
un anello: una piramide onnisciente... nelle cappelle mucchi di ossa,
tra i più spaventosi le mani e il traforo del bacino... tutto
l'albero una lezione di pietra, per la curiosità del buon popolo
aguzzino...
Il mestiere che avrei dovuto fare, il correttore di bozze... non che
mi piaccia, ma vi ho talento... le sorprese che riserva l'età,
come un pùrpo impagliato... o un pescepalla... vendono ovunque
pescipalla impagliati o per meglio dire enfiati e invetriati e anche
dei pesci siluro che non sono neppure di mare... e le stelle marine,
grosse come ruote le spugne, morte le conchiglie ha tutto lo stesso
aspetto, lo stesso lucore di plastica. Da farti pensare che sulla
terra non c'è più nemmeno una creatura viva...
D'intorno, rumore di macchine. Sotto il palmizio... mi piace la parola:
palmizio... tra le rovine dei teatri greci ci girano i gatti... sulle
terrazze della rocca ci mettono i bar... tra le piante di capperi...
tutto è inesauribile e a niente c'è rimedio, tutto è
inesauribile e a niente c'è rimedio... nemmeno alle radio locali...
nei filari sempre uguali di alberi grigi... ma cosa preferiresti,
una varietà infinita?.. sarebbe anche peggio... per fortuna
ci sono i macdonalds e il loro equivalente spirituale... preferiresti
una varietà infinita? vorrei, avrei voluto, vorrò. Vendono
gelati cogli smarties. Vendono: scarpe di ogni colore, orecchini,
libri sui briganti. Pupazzi di cartapesta con le entragne di paglia
di fuori, il filo di ferro dello scheletro. Per fare paura ai bambini,
per ornare le nicchie, le chiese.
Ed esistono più cocktail del dovuto, più varietà
di pane. Campassi in eterno, non esaurirei mai la superficie. Il numero
e la variazione. Questa è la funzione che sola posso adibire...
solo questa... io di questo mi posso vantare, che non sono stato mai
sentimentale, mai... avrei voluto, voglio ancora... essere scabro
ed essenziale... non dovermi vergognare, non avere debiti... perché
conosco le regole del sentimento, e come provocarlo, ma non l'amo.
.
.
Perché su tutte le cose bisogna dire una parola definitiva;
di ogni cosa si deve dire quello che è in sé, senza
dubbi: io non mi riesco a scordare il teatro greco. Ne andasse della
mia vita, non saprei dire adesso se era tondo o tagliato a mezzo;
però da un lato all'altro è forse cento passi di pietra
chiara: come dovrebbe essere ogni luogo e maneggevole mondo, non più
di cento passi sotto il sole micidiale. Io so di fatto che ogni passo
verso il centro è in salita, ma pare il contrario: di scendere
nella mezza sfera grigia, finché ruotando vedi il limite tra
quella e l'altra superiore, colorata di zaffiro, azzurro di cianuro,
splendente. Dal centro del teatro è facile credere alla coincidenza
tra il bello e il buono, e al peculiare destino degli umani. Il centro
gravido di conseguenze, difficile da abbandonare; la mia ossessione
per il centro delle cose. Nessun labirinto è intricato come
la spianata chiara del teatro, nessuna trappola è più
ingegnosa. Come gli egizi, i greci costruivano oggetti talmente belli
che i loro dei ci restavano inchiodati.
Il teatro non è mai del tutto vuoto: ci sono altre figure ad
attraversarlo e non sembrano goffe e segnate come quando ne escono.
Come una lente sferica il teatro li deforma, e siccome deformi sono
in partenza, ne appaiono rigenerati. Quando abbandonano il terreno
consacrato è come se uscissero dall'acqua. Io stesso ho dovuto
lasciarlo, perché faceva buio. |