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Tornava a casa-se si poteva chiamare casa quella stanza oscura
e maleodorante con una finestrella sulle scale- che era già
sera, con le braccia e le gambe doloranti per il duro lavoro di
tutta la giornata, la lattina di birra stretta in una mano, e, nonostante
non avesse mangiato quasi nulla, preferiva restare digiuno sino
a quando non avesse fatto una doccia,il solo vero lusso che poteva
consentirsi .
Quell’abitazione, infatti, aveva un’unica comodità:
un piccolo bagno, in un angolo del quale c’era un piatto-doccia,
e solo questo lo aveva indotto ad accettare di prendere in affitto
un ambiente che,se fosse stato controllato dall’Ufficio d’Igiene,
non sarebbe stato considerato abitabile,tanto era angusto e malsano.
Lui aveva acquistato uno scalda acqua di seconda mano,era riuscito
a montare intorno alla doccia una tendina di plastica, e così
la sera, quando tornava a casa, fosse inverno o estate,si toglieva
gli abiti, scivolava dietro la tendina e,appoggiato al muro, si
godeva l’acqua che scendeva,prima fredda,poi tiepida, poi
sempre più calda, a togliergli di dosso il sudore di una
giornata di lavoro, e, col sudore, la sensazione di povertà
che lo perseguitava e che lo faceva sentire schiavo della gente
che lo pagava per lavorare.
L’acqua calda, il sapone profumato( lo acquistava sempre
nei negozietti dei suoi connazionali) che odorava di spezie e di
sentori conosciuti in altri tempi, gli riportavano alla mente le
immagini dell’infanzia e della madre che metteva in una bagnarola
lui e i suoi fratelli, versava l’acqua calda con un pentolone,
quasi che invece di lavarli dovesse cuocerli, e, tra le grida di
protesta dei più piccoli che si bruciavano con l’acqua
bollente, uno per uno li strigliava con un guanto di crine che aveva
avuto in dono dai suoi padroni europei e che era ancora abbastanza
nuovo da scorticare a dovere le schiene e le ginocchia dei malcapitati.Dopo
essersi insaponato e risciacquato abbondantemente, restava ancora
un po’, gli occhi socchiusi, sotto il getto tiepido dell’acqua,
e cominciava a cantare come in un soffio ,quasi senza muovere le
labbra, una nenia triste e struggente del suo paese,una di quelle
che gli occidentali non sapevano riprodurre,tanto era difficile
ricordare la melodia che si attorcigliava su se stessa per poi dispiegarsi
e tornare indietro,dolce ed esasperante,una frase sempre uguale
ripetuta cento volte, che finiva per ipnotizzarlo.Usciva dal bagno
avvolgendosi in un vecchio asciugatoio, e cadeva di schianto sul
letto ancora disfatto della notte precedente,che non aveva mai il
tempo di rifare se non il sabato pomeriggio o la domenica, quando
finalmente poteva occuparsi delle cose sue anziché di quelle
altrui.
Restava così,immobile,lo sguardo rivolto al soffitto, guardando
nel vuoto senza vedere nulla, nella penombra della stanza in cui
arrivavano le voci del vicinato,i rumori delle case che si affacciavano
sulle scale vecchie e sporche del caseggiato abitato da gente extracomunitaria
come lui, ma che veniva da altri paesi e portava con sé abitudini
e modi di vivere diversi,che si rivelavano negli odori che uscivano
dalle finestre, gli odori del cibo e delle spezie, dell’aglio
e del riso cotto al vapore, delle fritture fatte col grasso di montone,
delle verdure e dei legumi immersi nella pastella di ceci e fritti.
Sentiva un languore insinuarglisi nello stomaco. La necessità
del cibo lo travolgeva ,il corpo, pure abituato alle rinunce e ai
digiuni,gridava il suo bisogno di accogliere qualcosa di caldo che
potesse ristorare le membra.Ma non era ancora il momento.Si alzava
dal giaciglio, stendeva sul pavimento una piccola stuoia sdrucita
che aveva portato con sé dal suo paese,si legava ai fianchi
uno straccio che qualche volta doveva essere stato bianco, e sedeva,nella
posizione del loto,per la meditazione della sera.
Presto,dopo essere rimasto per un tempo indefinito senza respirare,
i battiti del cuore si calmavano, diventavano quasi impercettibili.La
contemplazione del Nirvana ,aspirazione suprema che ancora non gli
era concessa,lo struggeva di desiderio.
Sapeva di non essere ancora al grado di perfezione richiesto per
raggiungere l’ultimo stadio dell’illuminazione,che era
sempre più lontano.
Ora, in questo paese straniero, senza il suo maestro, preso dalla
necessità del lavoro quotidiano,diventava sempre più
difficile concentrarsi nella meditazione e assorbirsi nella contemplazione
dell’assoluta verità.Bisognava stare digiuni: si rimproverava
perché il lavoro gli metteva addosso un bisogno incoercibile
di cibo, non riusciva a fare a meno della droga serale di una lattina
di birra che aiutava a trovare il sonno e l’oblio.
Troppe cose di questo mondo lo allontanavano dalla perfezione.Immobile
nella posizione prescelta, fissando l’alluce del piede senza
vederlo, sentiva i suoni diventare sempre più lontani,le
voci sempre più ovattate.
All’improvviso una luce sorgeva come uno scoppio di scintille
dal profondo del suo essere: lo folgorava e gli faceva perdere i
sensi,sprofondandolo nell’estasi. Restava così, inconsapevole
di sé,per un tempo che non sapeva mai quanto fosse lungo.Poi
tornava al mondo,come un estraneo, come un bambino che nulla sa
di quel che lo circonda e ancora deve apprendere tutto della vita.
Presto la realtà lo riprendeva tra le sue mani, e del paradiso
sfiorato non gli restava neanche il ricordo.
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