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Kate Catà http://www.bloggers.it/katecata

Una luce dal profondo

Tornava a casa-se si poteva chiamare casa quella stanza oscura e maleodorante con una finestrella sulle scale- che era già sera, con le braccia e le gambe doloranti per il duro lavoro di tutta la giornata, la lattina di birra stretta in una mano, e, nonostante non avesse mangiato quasi nulla, preferiva restare digiuno sino a quando non avesse fatto una doccia,il solo vero lusso che poteva consentirsi .

Quell’abitazione, infatti, aveva un’unica comodità: un piccolo bagno, in un angolo del quale c’era un piatto-doccia, e solo questo lo aveva indotto ad accettare di prendere in affitto un ambiente che,se fosse stato controllato dall’Ufficio d’Igiene, non sarebbe stato considerato abitabile,tanto era angusto e malsano.

Lui aveva acquistato uno scalda acqua di seconda mano,era riuscito a montare intorno alla doccia una tendina di plastica, e così la sera, quando tornava a casa, fosse inverno o estate,si toglieva gli abiti, scivolava dietro la tendina e,appoggiato al muro, si godeva l’acqua che scendeva,prima fredda,poi tiepida, poi sempre più calda, a togliergli di dosso il sudore di una giornata di lavoro, e, col sudore, la sensazione di povertà che lo perseguitava e che lo faceva sentire schiavo della gente che lo pagava per lavorare.

L’acqua calda, il sapone profumato( lo acquistava sempre nei negozietti dei suoi connazionali) che odorava di spezie e di sentori conosciuti in altri tempi, gli riportavano alla mente le immagini dell’infanzia e della madre che metteva in una bagnarola lui e i suoi fratelli, versava l’acqua calda con un pentolone, quasi che invece di lavarli dovesse cuocerli, e, tra le grida di protesta dei più piccoli che si bruciavano con l’acqua bollente, uno per uno li strigliava con un guanto di crine che aveva avuto in dono dai suoi padroni europei e che era ancora abbastanza nuovo da scorticare a dovere le schiene e le ginocchia dei malcapitati.Dopo essersi insaponato e risciacquato abbondantemente, restava ancora un po’, gli occhi socchiusi, sotto il getto tiepido dell’acqua,

e cominciava a cantare come in un soffio ,quasi senza muovere le labbra, una nenia triste e struggente del suo paese,una di quelle che gli occidentali non sapevano riprodurre,tanto era difficile ricordare la melodia che si attorcigliava su se stessa per poi dispiegarsi e tornare indietro,dolce ed esasperante,una frase sempre uguale ripetuta cento volte, che finiva per ipnotizzarlo.Usciva dal bagno avvolgendosi in un vecchio asciugatoio, e cadeva di schianto sul letto ancora disfatto della notte precedente,che non aveva mai il tempo di rifare se non il sabato pomeriggio o la domenica, quando finalmente poteva occuparsi delle cose sue anziché di quelle altrui.

Restava così,immobile,lo sguardo rivolto al soffitto, guardando nel vuoto senza vedere nulla, nella penombra della stanza in cui arrivavano le voci del vicinato,i rumori delle case che si affacciavano sulle scale vecchie e sporche del caseggiato abitato da gente extracomunitaria come lui, ma che veniva da altri paesi e portava con sé abitudini e modi di vivere diversi,che si rivelavano negli odori che uscivano dalle finestre, gli odori del cibo e delle spezie, dell’aglio e del riso cotto al vapore, delle fritture fatte col grasso di montone, delle verdure e dei legumi immersi nella pastella di ceci e fritti.

Sentiva un languore insinuarglisi nello stomaco. La necessità del cibo lo travolgeva ,il corpo, pure abituato alle rinunce e ai digiuni,gridava il suo bisogno di accogliere qualcosa di caldo che potesse ristorare le membra.Ma non era ancora il momento.Si alzava dal giaciglio, stendeva sul pavimento una piccola stuoia sdrucita che aveva portato con sé dal suo paese,si legava ai fianchi uno straccio che qualche volta doveva essere stato bianco, e sedeva,nella posizione del loto,per la meditazione della sera.

Presto,dopo essere rimasto per un tempo indefinito senza respirare, i battiti del cuore si calmavano, diventavano quasi impercettibili.La contemplazione del Nirvana ,aspirazione suprema che ancora non gli era concessa,lo struggeva di desiderio.

Sapeva di non essere ancora al grado di perfezione richiesto per raggiungere l’ultimo stadio dell’illuminazione,che era sempre più lontano.

Ora, in questo paese straniero, senza il suo maestro, preso dalla necessità del lavoro quotidiano,diventava sempre più difficile concentrarsi nella meditazione e assorbirsi nella contemplazione dell’assoluta verità.Bisognava stare digiuni: si rimproverava perché il lavoro gli metteva addosso un bisogno incoercibile di cibo, non riusciva a fare a meno della droga serale di una lattina di birra che aiutava a trovare il sonno e l’oblio.

Troppe cose di questo mondo lo allontanavano dalla perfezione.Immobile nella posizione prescelta, fissando l’alluce del piede senza vederlo, sentiva i suoni diventare sempre più lontani,le voci sempre più ovattate.

All’improvviso una luce sorgeva come uno scoppio di scintille dal profondo del suo essere: lo folgorava e gli faceva perdere i sensi,sprofondandolo nell’estasi. Restava così, inconsapevole di sé,per un tempo che non sapeva mai quanto fosse lungo.Poi tornava al mondo,come un estraneo, come un bambino che nulla sa di quel che lo circonda e ancora deve apprendere tutto della vita.

Presto la realtà lo riprendeva tra le sue mani, e del paradiso sfiorato non gli restava neanche il ricordo.

 
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