Non smetto di ripetermi che posso
farcela, che è solo un periodo negativo. I periodi si possono
rappresentare come una curva che talvolta scende e ogni tanto risale.
Sono in fase discendente, tutto qui. La verità è che
non riesco più a scrivere una sola pagina. Io scrivo letteratura
erotica. Lo faccio per lavoro. Sono dieci anni che scrivo e in tutte
quelle pagine mi pare di averci messo ormai tutto. Voglio dire che
il sesso, e quindi la sua rappresentazione, ha dei limiti fisici,
materiali. Quando le posizioni finiscono, iniziano le situazioni.
Su quelle si può lavorare. Immaginate un amplesso tipico, uno
di quelli descritti spesso, in questo tipo di letteratura. Abbiamo
bisogno di un uomo prestante, scuro di capelli che ha tutte le caratteristiche
del fascino maschile: sicuro di sè, leader vincente, fisicamente
dotato, con una vita misteriosa, inconsueta o pericolosa. E poi ci
serve una donna che possiede innocenza e saggezza ancestrale nel medesimo
tempo. Una donna che si porta dietro un respiro caldo che opprime
la vista. La donna sconfina da sempre nel regno animale, la passione
le fa perdere il controllo poichè questo è dominio maschile.
L’amplesso si svolge nello zero assoluto, lui le usa una gentile
ma risoluta violenza, lei si dibatte perchè vuole e non vuole.
Lui ha l’intero universo sotto controllo, cataloghi di libri
e riviste, e scienza e disegni. Lui insiste perchè conosce
già tutto della sua preda, sa che la passione sta per travolgerla,
gonfiandole le labbra, rendendole lucido e morbido il corpo. Lei si
dibatte, perchè questo deve fare una donna, prima di lasciarsi
andare alla passione che la rende uno straccio o una furia. I due
fanno l’amore in modo totale, talvolta in modo dolce, talvolta
violento, e così via.
Una volta raccontato questo episodio, non rimane molto da dire. Posso
variare una situazione, come in uno scenario, e allora i due personaggi
si trovano sulla tolda di una nave pirata, o in una palestra deserta
dove entrambi si sono attardati. Oppure in un vicolo scuro, con la
pioggia che scroscia su di loro e che viene da tutte le parti...
La realtà è che non ho più fantasia. Se n’è
andata come lo scarico di un lavandino, facendo un vortice e rotolando
nel buio. La cosa è preoccupante. Ho dato fondo anche alle
perversioni, alle pratiche che stanno in equilibrio sui fili del buon
gusto. Talvolta ho sfiorato e blandito la pornografia.
Il mio editore ha sempre preso tutto, ha ingoiato senza un commento.
Nell’ultimo libretto ho perfino accennato a catene e corde bianche,
ho descritto la sofferenza che diventa piacere su un paio di labbra.
L’editore ha passato anche questo, quel demonio di un editore.
Il dolore della carne colpita che si sfilaccia in una passione malata,
minore.
Ho descritto riti e usanze lontane, nel tempo come nello spazio. Non
esiste un campo tra normalità e malattia che non abbia esplorato,
capito, descritto e venduto. L’amore tradizionale, quello omosessuale,
di gruppo. Quello con gli animali, il sesso che porta il dolore, quello
attraverso l’odore o la forma. Il sesso da soli, quello rituale
oppure furioso, quello religioso e in punto di morte. Sono sepolto
da pagine di sesso e scene di amplessi che si consumano attraverso
la storia e che toccano, più o meno selvaggiamente, tutte le
corde dell’erotismo. Non vedo più strumenti, non immagino
più fantasie. Le mie mani si sono inaridite e così il
mio pensiero.
Verrebbe da dire, prima di sprofondare nella disperazione, che devo
uscire di casa oppure andare a dormire. E quando il telefono inizia
a vibrare mi stacco dal davanzale e rispondo. Non si sente nessuno,
qualcuno riattacca. E’ il segnale di Sara. Interrompendo la
linea mi dice che si sta per toccare. Tufferà le dita ben dentro
il suo grembo, magari sollevando la gonna. Se si è stesa sul
divano allora forse ha già spalancato le gambe, per darsi da
fare, mugolando dentro la sala, facendo sbattere vetri e bicchieri,
alzando la temperatura coi suoi liquidi ardenti, i suoi rossori improvvisi.
Macchierà perfino la fodera del divano, e la prossima volta
che ci vediamo, lei mi farà notare quell’alone un po’
scuro che si vede sopra il cuscino, e la mia testa inizierà
di nuovo a girare.
Per un paio d’ore si parlerà di tutto e di niente, di
cose sciocche e di gare. Magari di bambini, di estate, e io non farò
che guardare quelle macchie sopra il divano, incapace di pensare.
Verso la fine della serata, lei sbadiglierà e io mi alzerò
appoggiando il bicchiere. Un bacio sulla guancia, il cappotto sulle
spalle, la porta che si chiude.
Mentre tornerò verso casa, guidando con calma nella notte,
Sara farà squillare il telefono, senza rispondere, senza
parlare. E’ il suo modo di avermi. Lei si fotte da sola, si
fotte al pensiero di me che guido per strada, che scrivo di sesso
e forse di amore, che vivo appartato. Io passo il tempo in attesa
che lei si faccia più coraggiosa, vada anche un po’
oltre. Penso che vorrei averla, e averla veramente. Vorrei andare
con lei sopra il letto e bagnarla di sotto, prenderla immediatamente.
Vorrei che non avesse il tempo di fingere una ribellione, e la vedrei
sussultare per la sorpresa di quell’amplesso improvviso. Vorrei
godermela per lungo tempo e senza fretta, osservarla rapito con
tutte quelle curve e gli occhi chiusi, che si muove dolcemente sotto
di me. La vorrei tenere per i fianchi, mentre affondo dentro di
lei, cercando di sentirne curve e scalini, rimanendo attento alle
sue espressioni, quando apre gli occhi, quando schiude le labbra,
quando alza il mento. Vorrei che a forza di fotterla lei perdesse
lentamente le forze, diventando più languida e morbida, più
lenta nei movimenti.
Ma so anche perfettamente che questo non è possibile. Non
l’avrò mai, la mia Sara. La sua, è l’ultima
deviazione, quella che non mi ero ancora immaginato. |