| S’inarca, è lì
lì per venire, ma non riesce a dare sfogo alla voce che le
rimbalza violenta nel petto. Ho la bocca stanca, le spalle indolenzite,
già da qualche minuto è diventata una questione tecnica.
Un piccolo sforzo e ci siamo, eccola, sguish! Il medio nel culo, su,
fin dove arriva, lei ricade sul letto da dove era volata, ansima,
ho bisogno d'aria, rotolo via cercando di non soffocare, un pelo incastrato
tra le tonsille.
Sul comodino ci sono le sigarette che fanno ciao ciao con la manina,
ma si aspetta che fumi solo quando vengo, così adesso sarà
lei ad occuparsi di me. Ripiego sulla mezza Guinness sopravvissuta
ai ripetuti attentati subiti nell'impeto del primo approccio; scivola
densa nella gola e si porta via anche il pelo. Come ho fatto a pensarla
un ripiego?
Appena in tempo: tocca a me, macchina indietro, dissolvenza…
magari dissolvenza! Sarebbe come dire che riesco a staccare la spina
e a godere di quello che sento. Niente. Com’è possibile?
Devo scacciare il demone guastafeste e riassumere: sono con una
donna che negli ultimi dieci anni mi sono solo sognato, perché
non è solo bella, che male non fa, ma soprattutto è
alta, cosa alla quale non ho mai saputo resistere. E non è
solo alta, ma ha degli occhi neri enormi e ipnotici, bocca grande
e labbra carnose, un culo da sambodromo, due gambe più lunghe
di quelle della Barbie. Non solo, ma crede che io sia l’uomo
della sua vita, crede nell’oralità del sesso e nel
sesso orale. E in tutti gli altri. Com’è possibile
che nel mio lungo cammino di fame inestinguibile, una volta trovata
la risposta a tutte le volte in cui mi chiedevo se la mia carnalità
fosse destinata a mortificazione perpetua, proprio adesso che Lei
è qui, sopra di me, intenta a saziarmi di un desiderio mai
davvero appagato, sia sufficiente sentire la sua lingua sulle mie
palle per desiderare di essere tartaruga e potermi ritirare al minimo
sfioramento? Mi manca il desiderio? Al tatto direi di no, anzi,
è più urgente che mai. E ho più fame che mai,
la sento ovunque. Sono troppo teso, devo rilassarmi, pensare (anche
se dopo solo tre notti insieme mi pare eccessivo) che quella, che
questa è la mia donna e che è una vita che l’aspettavo.
Mollo la briglia al pensiero, vai caro, galoppa da qualche parte
e lasciami godere.
Tre contropensieri sfrecciano rettilinei nella nebbia in cui cerco
di dissimularmi:
seppelliamo i resti dei nostri cari come i gatti seppelliscono i
loro escrementi
sono ostaggio del mio corpo, dei suoi inappagabili appetiti poiché
non esiste rapporto tra corpo e spirito
Non so rinunciare ad un pasto gratis
Eccolo. Lei si è lamentata che il suo fidanzato precedente
se la sbrigava troppo in fretta, mi chiedo quando comincerà
a stancarsi stanotte…
La chiave è un pasto gratis. L’ha detto George Michael,
quando gli hanno chiesto come fosse andata la volta che lo avevano
arrestato per atti osceni mentre faceva sesso nei bagni di un cinema.
Lui si è dichiarato dispiaciuto per il suo compagno, per
il suo partner occasionale, per i suoi genitori, però…
la verità era che non aveva mai saputo rifiutare un pasto
gratis.
Non so lui come la pensi, ma all’improvviso voglio capire
qualcosa per me. Perché anche adesso ho fame. Non riesco
a pensare a nient’altro che alzarmi e andare in cucina a mangiare
qualcosa, ho lo stomaco al livello delle molle del letto. L’uccello
è oltre il muro dello stomaco, se ne sta lì a inumidirsi,
ma l’emergenza e l’urgenza sono altrove. Eppure non
posso togliermi adesso. Non mi sono mai alzato da tavola lasciando
qualcosa nel piatto. Non capirebbe.
Ho perso la cognizione del tempo, per fortuna è buio e le
finestre sono alle mie spalle. Le luci della strada bastano appena
ad illuminare lei e il suo meraviglioso corpo che sembra ignorare
il vuoto bruciante che ho nella pancia. Fame. Il pensiero focalizzato
sulla fame. Terry Schiavo a cui viene tolto il sondino di alimentazione
per darlo al Papa. Lei nel limbo con un corpo affamato, lui lucido
in un corpo morto. Dov’è lo spirito? Si riduce tutto
a corpo/cibo. Togli il cibo e il corpo e lo spirito divorziano nel
giro di un mese.
[You were good. Check, please!, by drjoanne]
You were good. Check, please! photo by DrJoanne«ti piace amore?»
secondo me un po’ ansima. Già?
«non smettere adesso, ohh, ti prego» ipocrita e vigliacco.
Però ansima. E mi è limpido e chiaro che non ci sarà
un’altra volta con lei. Se lo capisce, capace che mi sputtana
come un maledetto Don Giovanni, uno che voleva solo una botta e
via.
Continua a rilassarti. Dov’ero? Ah sì, Don Giovanni.
L’unico mito moderno da Cristo in qua. In meno di quattrocento
anni riletto almeno da seicento autori diversi. Non tutti l’hanno
capito, ma questo succede ai miti. Sono miti anche per questo. Come
chi crede che il Don Giovanni sia corpo/sesso. E invece? È
corpo/cibo. Sacrosanto.
Non hai un inconscio, hai un carro attrezzi. È la fame.
Cosa vuole Don Giovanni se non vuole scopare? Vuole irridere. Vuole
profanare quel valore sacro che è la verginità o,
peggio ancora, il vincolo ancora più sacro del matrimonio.
Provoca Dio per dirgli chiaro e tondo una cosa: non ho bisogno di
te, sarò l’artefice della mia salvezza. La mia carnalità
farà ciò che è necessario a salvarmi perché
la mia vita comincia e finisce con il mio corpo. Non c’è
redenzione, non c’è vita separata dal corpo. Insomma,
uno dei pochi che ha capito in origine la potenza del suo mito è
stato Mozart, non quegli altri, quelli invidiosi di Casanova. È
corpo e ha fame, Leporello lo sa e ne prova orrore, una roba tipo:
Ah che barbaro appetito!
Che bocconi da gigante!
Mi par proprio di svenir.
A vederla dalla parte di Mozart, Don Giovanni non scopa mai. Però
mangia. Lui. Con tutto che a cenar teco m’invitasti e son
venuto… che a me basta un panino, e non vorrei nemmeno che
si pentisse. Che poi lui il padre morto lo vede in forma di statua,
pronto a riprenderselo come aiutante nell’aldilà, mentre
il mio si chiamava come il Papa e come il Papa ci aveva fatto sapere
per tempo che a lui stava bene tutto, anche appeso a un chiodo,
ma vivo e finché era vivo gradiva la nostra compagnia, non
voleva stare solo. Se ne è stato aggrappato alla vita anche
quando l’ascensore della coscienza non riusciva più
a tornare al piano terra da quel fondo in cui si era arenato; ho
immaginato per giorni il suo inconscio che ringhiava per riuscire
a prendere un altro respiro. Credeva anche lui che fosse tutto in
gioco lì, tra corpo e cibo.
Dovrei togliermi da sotto. Magari buttarla in ridere, ma non ne
sono geneticamente capace. E poi lei qualcosa ha capito, magari
solo che la sto spingendo a colpi di bacino a finire in fretta.
E rallenta. Indugia. Disponibile a rullare finché non è
sicura che ci sia un vero, indimenticabile, devastante decollo.
Sono troppo vecchio per quel sentimento inorridito dell’adolescente
con dei valori, o meglio ancora, della fidanzata infedele che si
è giocata la briscola sulla propria virginalità, e
nemmeno ho quel minimo di autostima che mi servirebbe per farla
finita. Mi affascina il velo di sudore che le copre il fondoschiena,
ammiro la mappatura in rilievo che la sua lingua riesce a ricavare
da un semplice uccello. E allora fingo, per gradi, come ogni buon
fingitore.
È sicuramente la genetica di cui parlava Freud. Alla fine
si arriverà a ricondurre tutto alla genetica. Parevano balle,
ma tutto riesce a plasmare il corpo: l’ambiente, il clima,
l’alimentazione, l’educazione sentimentale. Tutto riesce
a incidere sulla formazione dei nostri neuroni, compresa l’ereditarietà.
Tutto, spirituale o meno che sia, concorre a diventare corpo. Quel
corpo che senza cibo muore. Il corpo che sa diventare ostile a se
stesso. Quel corpo che adesso urla il suo godimento e ringrazia
la testimonianza delle proprie secrezioni. Vengo.
A sbugiardarmi c’è solo la mia erezione intatta. Tuttavia
è un bene che ci sia chi ancora ritiene che l’orgasmo
sia un fenomeno umido. Sta già dormendo. Sono le quattro
passate. Finisco la prima sigaretta e intanto che attacco la seconda
passo in cucina. Potrebbe non essere stata una notte da buttare
via. Ho capito un sacco di cose che in fondo sapevo già,
ma che avevo dimenticato. Come milioni di miei simili ho reagito
con passione alla vista di un corpo nudo, l’unico in grado
di competere con la fascinazione di un corpo morto, e ho agito secondo
quanto è impresso nella mia memoria emotiva perché
quella memoria è scritta chimicamente da qualche parte nella
mia testa. Negli intervalli di pensiero ho perfino sentito che cosa
vorrei, quale sentimento avrei voluto avere nel petto stanotte,
è stato bello sentirlo, poco probabile, ma bello. La prossima
volta devo innamorarmi prima.
Ho tutto: affettati, formaggio, pane, mozzarella, patatine, crostini,
birra e maionese. Troppo di tutto, eppure per le cinque resteranno
solo i vuoti per la pattumiera. La prossima volta devo innamorarmi
prima.
Man mano che lo stomaco si riempie questo pensiero sbiadisce.
Chissà se anche stavolta svanirà col primo rutto. |