| Mauro, più di un semplice
uomo. Un nome emblematico, che rappresenta da vicino una figura
a metà tra la mitologia e la leggenda metropolitana.
Un essere magnifico, Mauro, metà uomo e metà impiegato,
che chiude la sua esistenza felice e contenta in un paio d’abiti
a basso prezzo, acquistati senza troppa voglia in un mercatino di
quarta o quinta mano, scelti con cura e gusto raffinato tra i capi
più opachi.
È solo al buio che si riconoscono le stelle, diceva lui.
È morto a casa sua, con un impiego fisso e qualche euro in
tasca.
Se ne stava lì, il giorno della sua dipartita, seduto su
una sedia di frassino. Strano legno, non caldo e accogliente e domestico
e familiare come il mogano, l’abete o il pino, e neanche dal
buon odore dolce e materno, o meglio mammoso, come la betulla. Quella
sedia era di frassino, come il cognome di un ragioniere. E lui era
seduto sulla sedia di frassino, spogliato dei suoi migliori abiti
e legato con una corda, i polsi stretti l’uno all’altro
da manette di metallo eccitato.
Scoppiettava come una quercia in un camino, la sua voglia, mentre
Sabrina vuotava l’ultima bottiglia di CocaCola nella vasca
da bagno dove si sarebbe toccata, liberata, trasformata in onda,
in bollicina, in zigote infecondo, in godimento puro e in donna
vera. Avrebbe nascosto il suo corpo pallido nell’oscurità,
come il negativo di Cleopatra. Finalmente, la regina del suo Egitto,
senza comproprietari se non le sue cinque dita.
Immobile e consenziente con la corda che lo annoda a quel legno
tanto simile a lui, Mauro aspetta, respira, pensa a lei. A Sabrina,
che grida pungolata da mille bollicine e affogata da due dita frizzanti.
Quale magia è più grande di una donna soddisfatta
in pieno? Dicevano entrambi.
E lui pensava; ricordava la forma, il colore, i fumi del corpo
di Sabrina quando insieme, nel bagno, si esploravano gli occhi facendo
plop plop plop nella ceramica ingiallita. Ricordava la lingua di
donna infilarsi nel suo ombelico, tradendo nostalgia di fresche
memorie lesbiche. Aveva in mente Lei, i suoi sorrisi, le sue parole,
le carezze date alle sue guance rotonde. Gli sembrava di avere tutto
questo davanti agli occhi, e gli umori di lei sulla lingua.
Deglutì. E aprendo gli occhi vide, in un secondo, Sabrina
chinata di fronte, con la bocca aperta, nell’attimo prima
di bagnare il suo membro gonfio come una sequoia con le prime gocce
di saliva.
Gli sembrò che i capelli della donna fossero grossi e innumerevoli
serpenti. La parola “Mito” è abusata ai giorni
d’oggi, ma Sabrina era bella e inguardabile ed eccitata come
Medusa.
La statua di Mauro sarà presto esposta.
Nel museo della CocaCola, proprio accanto a Babbo Natale.
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