“Le lezioni di Teologia
morale si tengono nell’aula al piano terra, mi raccomando siate
puntuali, alle 8.00 in punto”. Con tono deciso che non ammette
repliche, suor Myriam ci informa dell’orario lezioni e anche
dell’ubicazione dei nostri alloggi. Siamo un gruppo di ragazze
in ritiro spirituale per una settimana, iscritte al corso di base
di teologia presso la diocesi della nostra città. Cammino per
i corridoi dell’abbazia trascinandomi il troller, alla disperata
ricerca della camera 644\a. Le porte delle celle sono piccole, assomigliano
piuttosto a persiane alta 2 metri scarsi, i numeri sono stati scritti
con il gesso bianco e in alcuni casi è davvero un’ardua
impresa riuscire a leggere il bianco polveroso e sbiadito del gesso.
Scopro con sorpresa che la mia camera è stata assegnata anche
ad un’altra ragazza, adesso siamo in due a cercare questo misterioso
644 barra a .
Le lezioni di teologia morale sono previste per il primo pomeriggio,
e sono già le 14.00, abbiamo circa dieci minuti, come ci ricorda
suor Myriam, per trovare le camere , posare i bagagli e consumare
un pasto frugale. Trovo finalmente la camera, è in cima alle
scale che portano alla cappella privata del Cardinale, Viola, la mia
compagna di stanza nonché mia amica , è una piccola
soldatessa, in un minuto ha già sistemato i bagagli, si è
rinfrescata in bagno e mi guarda con aria preoccupata, “ Dai,
Claudia ..ci aspettano i preti giù in sala pranzo!” dice
Viola con la sua vocina da bambina “perfettina”. “Quali
preti? Oh, mi mancano pure i preti a pranzo…!!!” le rispondo
ridendo, ma Viola non sorride e mi rimprovera “Claudia, smettila,
stavolta ti stai buona e zitta, e fai come ti dico io. vorrai mica
farci cacciare dal corso?”
Mi acciuffa la mano e mi trascina correndo in sala pranzo, ognuno
ha un posto assegnato e il mio è accanto ad un certo Don Lino.
Resto in piedi in attesa che la Madre Superiore dia il permesso di
sederci. Ci sono 5 tavoli apparecchiati, in ciascuno dei quali a capotavola
c’è un prete il cui compito, mi pare di capire, sarà
quello di farci da guida spirituale in questi giorni di intenso studio
teologico. La guida spirituale del mio gruppo è proprio questo
misterioso Don Lino, e anche se ancora non l’ho visto mi fa
simpatia, è in ritardo di almeno 3 minuti e tutti lo stanno
aspettando, la Madre Superiore è visibilmente indispettita
per il ritardo… “Eccomi, Perdonatemi il ritardo, ho
appena finito di confessare..” dice un giovanissimo prete entrando
tutto trafelato in sala da pranzo. “Perdonato, Don Lino, Perdonato!”
dice con un sorriso stentato la rigida e ossuta Madre Superiore. Don
Lino, si avvicina al nostro tavolo e ci saluta una ad una, diciamo
la preghiera e poi mangiamo il nostro pasto frugale e santo. Scopro
che tutta la settimana io sarò sotto la sua tutela spirituale,
la cosa mi infastidisce non poco, è troppo giovane, avrà
sì e no 32 anni e io mi sento a disagio. Quando giungiamo nella
sala lezioni vedo anche lì cinque tavoli e per ogni tavolo
ci sono almeno due preti a coordinare le esercitazioni scritte, mentre
l’aspetto didattico è affidato ai docenti della facoltà
di Teologia e anche a quelli della facoltà di Filosofia. Il
mio Don Lino stavolta è seduto un paio di posti lontano da
me. Iniziano le lezioni, pesantissime, noiosissime ma cerco di seguire
perché questo corso vale un mare di crediti formativi, dunque
devo impegnarmi a tutti i costi. Durante il pomeriggio, seppure il
tempo a disposizione per socializzare sia risicato, familiarizzo con
la mia guida spirituale, scopro che tutte le mie colleghe di corso
lo conoscono benissimo e hanno con lui un rapporto amichevole e scherzoso,
mentre io invece evito di dargli del tu e mi sento a disagio quando
Viola e Valeria lo prendono in giro chiamandolo con il vezzeggiativo
“Don Linuzzo”. E’ alto, molto alto, non è
bello, ma ha uno sguardo di sorprendente dolcezza, le sue mani invece
sono bellissime, ben curate, affusolate e gentili. La voce è
calda intensa, modulata su toni bassi eppure in lui non c’è
niente di accattivante o carismatico, quando parla o fa lezione sbiascica
le parole, il suo sguardo è sempre assorto a contemplare le
nuvole o forse gli angeli. Le mie colleghe non sembrano molto entusiaste
di averlo come capogruppo spirituale, avrebbero preferito l’infuocato
Don Saro, famoso per la sua ars oratoria forbita e appassionante,
o Dono Gino, un allegro e vivace prete di mezza età, noto per
il suo talento di compositore di musica per organo. I giorni passano,
le lezioni si succedono l’una all’altra, i ritmi frenetici
di studio impongono a me e a tutte le mie colleghe break di una decina
di minuti scarsi. C’è poco tempo per ridere o scherzare.
Mentre tutte corrono in bagno per la pausa delle 11.00, mi accorgo
di una cosa che mi lascia a dir poco trasecolata, senza parole e sconvolta.
Vedo don Lino scambiare i bigliettini dei posti , prende il mio e
lo mette accanto al suo. Capisco, ora, perché in questi giorni
il mio nome era quasi sempre accanto al suo, non solo durante le lezioni
ma anche durante il pranzo o la cena. Ad essere sinceri, averlo accanto
mi è stato di aiuto perché mi passava i suoi appunti
e perché mi chiariva alcuni degli aspetti più difficili
delle lezioni di teologia o filosofia morale, ma ora sono impaurita,
non so che dire, cosa fare, confidarmi con le mie amiche non è
certo una buona idea, tengo tutto per me. Finito il break, don Lino
mi dice con voce morbida e tono gentile: “ avanti, siediti qui,
che poi ti interrogo e vediamo se sei preparata per l’esame”.
“ No, dai mi metto accanto a Valeria..” rispondo io molto
imbarazzata. “ Te la consiglio Valeria, è una chiacchierona,
mettiti accanto a me che ti passo gli appunti…e poi ora inizia
la lezione del prof. Ingrassia, se c’è qualcosa che non
ti sembra chiara te la spiego io, sono stato il suo assistente per
due anni.”. Accetto la proposta, ma mi sento a disagio, sono
attraversata da sentimenti e sensazioni contrastanti, vergogna, inquietudine,
interrogativi di varia natura ma anche una certa sottile ma intensa
gioia, della quale non so spiegarmi il perché. Durante il pomeriggio
sospendiamo le lezioni per andare a fare un’adorazione eucaristica,
vedo Don Lino assorto nella preghiera, così intimamente commosso
davanti al SANTISSIMO, con gli occhi chiusi, le mani intrecciate che
stringono il Rosario, stavolta lo vedo con occhi diversi, lo trovo
bellissimo, di una bellezza meravigliosa e dolcissima. Il rumore dello
zaino di Valeria lo distoglie dalla preghiera, mi guarda, intensamente.
Ora il suo sguardo è umano, lo ricambio in maniera distratta
e mi allontano da lui imbarazzata, non tanto dal suo guardarmi ma
dalla mia strana euforica inquietudine, non dovrei provarla…
Arriva la sera, cena a base di verdura. Arriva la notte, non riesco
a dormire, sento la risata di Valeria, mi sento confortata di sapere
che qualcuna di noi è ancora sveglia, mi alzo, tentando di
non fare rumore, apro la porta e mi dirigo in camera di Valeria. La
trovo, come al solito euforica, con poca voglia di dormire e impegnata
in una vivace conversazione al cellulare. Dato che è proibito
parlare al cellulare, e a Valeria piace trasgredire, la invito ad
uscire nel giardino dell’abbazia e a stare tutta la notte sveglie
in giro a ridere e a fumare in santa pace. Non dovetti faticare molto
a convincerla, un paio di minuti dopo eravamo in segreteria a rubare
le chiavi del portone principale, pronte ad uscire fuori in giardino
alla faccia dei divieti e della Madre Superiore. Quando usciamo in
giardino scopriamo di essere in buona compagnia, incontriamo Laura
e le sue amiche nascoste dietro una siepe a fumare e a ridere, si
erano calate giù dal balconcino dell’ammezzato. Mentre
le ragazze parlano, ridono, vedo la luce accesa nella stanza della
segreteria, ho paura che sia qualche suora indispettita dal nostro
fracasso ma invece è don Lino. Non dico niente alle mie amiche,
mi allontano con la scusa di andare in bagno. Passo sotto la finestra
della segreteria e lo guardo di nascosto, come una ladra. Sembra sconvolto,
entro dentro e lo chiamo sussurrando il suo nome. ..” che ci
fai qui?” lo incalzo io, mi risponde che non riesce a dormire,
stava cercando un tranquillante…gli chiedo se vuole venire con
me in giardino, ho voglia di parlare con lui. “ Sì, anche
io ho bisogno di parlare con te” mi dice di getto. Parliamo,
di me di lui, della vocazione, di quanto è difficile essere
fedeli e casti alla promessa fatta al Signore. Mi chiede scusa, mi
confessa di aver scambiato i bigliettini dei posti perché aveva
voglia di stare accanto a me, dice che non sa quale può essere
la ragione. Lo conforto, gli dico di non preoccuparsi, che è
naturale provare interesse o attrazione per qualcuno e anche io gli
confesso che seppure faccio fatica ad ammetterlo ero felice di stargli
vicino. Mi sorride. Ha paura di essere fragile, mi dice di non avere
mai avuto dubbi sulla sua vocazione ma che alle volte è difficile
mantenersi integri. Senza paure o falsi timori, gli chiedo se ha mai
conosciuto una donna in senso biblico. Mi prende in giro, ride, “
Certo, ma non ero felice, mi mancava qualcosa” mi risponde.
“ E ora ti manca pure qualcosa?” dico io per metterlo
in difficoltà. Ci guardiamo, mi abbraccia e mi bacia, un bacio
lungo, intenso, tenero, coinvolgente più per la dolcezza che
per la passione, mentre mi bacia sento le sue lacrime scendere nel
suo viso fino ad arrivare alle sue e alle mie labbra. Con la manica
della vestaglia gli asciugo il volto, lo abbraccio. Restiamo così
abbracciati tra rifiuto, vergogna e desiderio. In un disperato sforzo,
tento di staccarmi da lui, ma tutto mi appare così innocente
e delicato da lasciarmi commossa. Chi può dire che c’è
peccato in un prete che abbraccia una ragazza? Non stiamo facendo
l’amore, eppure non credo di aver mai dato in vita mia così
tanto amore e ricevuto così tanta tenera gioia in cambio. Non
c’è penetrazione, non ci sono i nostri corpi nudi nello
spasmo del desiderio. L’erotismo è passione sessuale,
eccitazione, pulsione erotica ma non solo. Stavolta è sovrabbondante
gratitudine, impulso e abbandono dell’uno all’altra, meraviglioso
sciogliersi fino all’estasi in un bacio, in una carezza, in
un abbraccio. Una dolcezza tale da penetrarmi fino all’anima,
e rendermi sazia ed appagata anche senza aver consumato l’atto
supremo. Una beatitudine erotica raggiunta con lo sguardo, con le
mani che si cercano, con un sospiro e un bacio. “Non credevo
di potere amare anche io con questa terribile completezza” mi
dice, tra le lacrime. “Nessuno può impedirti di amare,
di provare sentimenti. Se provi vergogna di questo, non sarai mai
un prete felice della sua vocazione, lo capisci?” dico io piangendo,
scossa dall’emozione. Mi dice che rendersi disponibile a questo
amare lo ha salvato dalle sue intime paure e dai timori vocazionali.
Ora non parliamo più. Lo tengo tra le mie braccia, lo accarezzo.
Il tempo e lo spazio,accecati dalla luce notturna della luna, non
tramano contro noi amanti “clandestini”. Le mie amiche
sono ancora nel giardino antistante l’abbazia, sento le loro
risate, probabilmente non si sono accorte della mia mancanza o magari
pensano che io sia già andata a letto. Io e Lino guardiamo
estasiati e commossi l’alba. Mi dice che seppure siano stati
solo abbracci e qualche bacio innocente si rende conto delle implicazioni,
mi chiede di me, come mi sento, cosa provo.
Io non mi aspetto niente e sono felice così, sono felice per
lui se da domani smetterà di tormentarsi e finalmente accetterà
che, seppure sia indispensabile mantenere fede al voto di castità,
anche lui ha dei sentimenti, affinità elettive. “Non
vergognartene, Lino” lo bacio per l’ultima volta e vado
a prepararmi per la lezione delle 8 del mattino.
Dopo quel ritiro non ho più avuto modo di incontrarlo. Tre
settimane fa, mi ritrovo per coincidenza alla facoltà di teologia,
entro in un’ aula a caso in cerca di una mia amica, ma non riesco
a trovarla, il suo cellulare è spento. Vedo l’aula magna
pina di ragazzi in religioso silenzio, ascoltano il loro prof che
parla di sessualità castità e desiderio. “Lo
spreco di energia spirituale che comporta il colpevolizzarsi per i
sentimenti e le pulsioni è anch’esso un crimine contro
Dio, dovete imparare che anche da preti ci si può innamorare,
è un’ eventualità che dovete prendere in considerazione
come probabile….imparate a non avere paura, tutto ciò
è normale, solo chi ha paura cade in tentazione …”
così parlava il giovane prete docente ai suoi altrettanto giovani
seminaristi. Quel giovane docente era Don Lino. Mi sono nascosta dietro
le colonne per non farmi vedere e ho assistito a tutta la lezione,
felice perché ora avevo la certezza che non dovevamo vergognarci
di nulla. Finita la lezione, non mi sono fatta riconoscere, era giusto
così. Ma ho lasciato lì tra le colonne e i banchi dell’aula
magna un pezzo del mio cuore. Per sempre. |