“Verrai nella mia camera,
in albergo. E lì ti scoperò. Forse” Senza possibilità
di replica, così le sembrava quella frase. Doveva avere più
paura di non piacergli o del pericolo che avrebbe corso? No no no…
non poteva andare nella camera d’albergo di uno sconosciuto.
Non poteva mostrarsi una smidollata. “Non ci penso proprio.
Non ti conosco. Verrai nella hall, e se avrò di te una buona
impressione salirò in camera. Forse” Giocare ad armi
pari, questo voleva. Una volontà contro l’altra. Una
personalità contro l’altra. Un cervello contro l’altro.
Era stato uno scontro tra cervelli dall’inizio. Ma lui era disarmante.
“Mi conosci… ti sto parlando di me da giorni. Sai tutto
quello che c’è da sapere. Sai che puoi fidarti. E se
non ti piacerò andremo a cena. Ma se vuoi così, va bene.”
Oh no, non poteva arrendersi così. Le toglieva tutto il gusto
della lotta e la faceva apparire paurosa e stupida. Come se non valesse
la pena intraprendere questa battaglia con lei. “Vedremo…”
Poi venne il giorno. “Sono qui, nel parcheggio dell’hotel.
Scendi” “Sali” “No, scendi.” “Scenderò
e verrò a prenderti e tutti penseranno che sei una puttana
che va col suo cliente” Tutte le argomentazioni le aveva lui.
Vere o false, colpivano dritto dove facevano più male. Immaginava
la scena di loro due che non si erano mai visti nella hall, a chiedersi
rispettivamente ma sei tu? “Arrivo…” “Stanza
3014. La porta è socchiusa.”
In ascensore sentiva solo il suo cuore che batteva come il tamburo
di una banda d’ottoni. Aveva paura. Una paura eccitante, che
scorreva nel sangue e nei muscoli. L’ansia di piacere, il gusto
del rischio. Il corridoio era deserto, solo il rumore dei tacchi alti
risuonava. La seta rosa della gonna le solleticava le cosce e accarezzava
i glutei. Paura Paura Paura. La porta socchiusa. Sono qui, entrerò.
Lui sarà in fondo alla stanza, ne sono certa. Mi guarderà
e per arrivare a lui dovrò fare una passerella. Tirò
su le spalle, un respiro profondo, una ravviata ai lunghi capelli
castani ed era dentro. “Ciao..” Lui era in fondo alla
stanza, e la guardava. Poi le andò incontro. “Sono imbarazzatissima…”
“Così deve essere. Sto già godendo del tuo imbarazzo.
E’ bellissimo”
Due bicchieri di prosecco. Bere, almeno c’è qualcosa
da fare che stempera l’imbarazzo, la vergogna. “Vuoi uscire
a cena?” “No…” E quel no era detto con un
filo di voce. E se lui invece vuole uscire a cena? Se non gli piaccio?
Me ne vado.. Sì me ne vado… “E tu?” “Neanche
io” Che fare? Che fare? La finestra… “Bella vista…”
“Sì. E’ un bel parco.” Lui era lì,
accanto a lei. E poi dietro di lei. Sentiva il suo respiro tra i capelli.
La sua mano sul culo. O santo cielo! Mi sta toccando il culo! Ma le
piaceva quella carezza, la sentiva tutta. Sentiva il calore della
mano attraverso la stoffa. Sono qui per questo dopotutto. Sono qui
per questo… Volle vederlo, non solo sentirlo. Si voltò
distaccandosi leggermente. Guardò la camicia e i pantaloni
di colore nero, i piedi nudi sulla calda moquette, gli occhiali
leggeri, i capelli quasi rossi, la stempiatura, gli occhi vivi,
la bocca fina. Neanche per un momento si domandò se fosse
brutto o bello. Neanche per un momento pensò che fosse importante
saperlo. Le piacevano i bottoni. Aprirli ed infilare piano una mano
a trovare la pelle. Ne aprì un paio, sul torace, ed insinuò
le lunghe dita tra i lembi della camicia, senza smettere di guardarlo
negli occhi, raccontando con lo sguardo il piacere dei polpastrelli.
Lui si era fermato, osservava e aspettava di vedere cosa sarebbe
successo. Nessuno parlava, non era il momento delle parole, delle
spiegazioni. Sarebbero venute poi, forse. Gli accarezzava il petto
con tutto il palmo, vedendolo prima ancora di averlo davanti agli
occhi. Immaginandone le forme, la disposizione dei peli, la dimensione
dei capezzoli. Quando lo ebbe percorso tutto, sbottonò completamente
la camicia e la spinse dietro le spalle, lasciandola cadere sul
davanzale su cui lui era poggiato. Si chinò a baciare la
pelle. Baci leggeri, delicati, quasi uno sfioramento che lentamente
si faceva più pressante, appassionato. Sul petto, sull’addome,
poi più su, le spalle, il collo. Poi di nuovo si chinò
a mordicchiare i fianchi, che adorava. Piccoli morsi, appena appena
dolorosi, che lui gradì rabbrividendo e gemendo. Era attratta
dal suo collo come un vampiro e vi si dedicò con trasporto,
come se stesse cesellando un’opera preziosa. Era vuota di
aspettative, di pregiudizi, vuota di modi di essere predeterminati,
vuota anche di se stessa. Mentre era lì e misurava il suo
corpo con la bocca ad ogni respiro fuoriusciva da lei il passato,
tutto quello che fino ad allora aveva pensato e creduto, e la sua
mente e il suo cuore divenivano nuovi spazi bianchi da riscrivere,
da riempire di sensazioni diverse da sempre, di nuove verità
e comprensioni. Lui si lasciava andare e godeva ad occhi chiusi
della lingua calda che lo percorreva, dei baci morbidi che ne asciugavano
la scia, tenendo delicatamente una mano tra i capelli di lei.
Dall’ombelico risalì verso il viso, lasciando che i
seni regalassero una carezza sensuale al corpo di lui, dal pube
in su. Gli baciò il mento, le orecchie, le guance. Ancora
una volta gli parlò dagli occhi e desiderò baciarlo,
ma lui si ritrasse al suo tentativo. “Non ti bacerò,
te lo dico subito. Bacio solo quando amo.” aveva detto lui,
prima dell’incontro. Mi bacerai. Oh sì che mi bacerai!
Quando fu di nuovo alla sua altezza lui la strinse a sè per
meglio sentirne il corpo caldo. Le baciò il collo mentre
le mani cercavano spazi di carne sotto la blusa, premendo sulla
schiena, solleticando i fianchi. Con la destra sollevò la
gonna arricciandone la stoffa. Lei sentì quella mano percorrerle
le cosce, accarezzare i glutei lasciati nudi dal pizzo della biancheria,
stringerli e afferrarli, e provò quasi dolore. La sentì
inoltrarsi leggera ma decisa tra le sue gambe, a cercare il fulcro
del suo piacere, a farla gemere. Quella mano sapiente la scuoteva,
la faceva tremare, e più ancora la eccitava l'idea che appartenesse
ad uno sconosciuto, che mai prima d'ora quell'uomo era stato con
lei in tale confidenza da permettergli tanto. Il suo corpo si faceva
sempre più leggero, quasi distaccato dalla mente, dotato
di vita propria, indipendente. Le sue mani smaniavano alla conquista
della pelle di lui. Gli aprì i pantaloni e, come aveva fatto
con la camicia, infilò la mano anzichè scoprirlo,
per godere del tatto prima che della vista. Senza sorpresa, lo scoprì
eccitato.Indugiò solo per poco in carezze appassionate, poi
abbassò i pantaloni e nel farlo anche lei si abbassò,
lentamente, fino ad essere accovacciata sui talloni, il viso all'altezza
di quel pene sfacciato, duro e diritto per il desiderio. Ma non
lo toccò. Non lo sfiorò neanche. La sua attenzione
fu per i fianchi, per l'inguine, che tracciò con la lingua,
per il pube, che accarezzò e baciò, per le cosce.
Lui gemeva, impaziente di sentire le labbra, di provare il calore
della sua bocca. Ma lei ci girava intorno, ogni volta dando l'illusione
che fosse la volta giusta, ogni volta deludendo le aspettative e
creando maggiore tensione. Eppure lei stessa lo desiderava, voleva
tastarne il sapore, avvolgerlo con la lingua, stringerlo nella bocca.
E non appena, sollevandosi leggermente, socchiuse le labbra e si
dispose a baciarne la punta, lui le afferrò i capelli con
forza, costringendola a ripiegare la testa indietro mentre le mani
mollavano la presa dai fianchi e si poggiavano dietro, sul pavimento,
per sostenere la schiena. Fu allora, proprio allora, che lo sconosciuto,
continuando a tenerla per i capelli, penetrò in quella bocca
sorpresa, prima piano, poi, quando sentì che il piacere aveva
preso il posto dello stupore e gli occhi di lei fiammeggiavano di
desiderio, con più forza.
Si sentì annientata. Tutta la forza, tutti i sentimenti,
l'orgoglio, la decisione, il carattere, la fierezza, tutto gli donava
ogni volta che sentiva il fiato mancarle, ogni volta che lui affondava
nella gola. Era in suo potere e le piaceva. Nessuno aveva saputo
dominarla, nessuno aveva saputo sorprenderla con un gesto tanto
audace. Nessuno era mai stato capace di afferrarle i capelli in
quel modo, così volitivo, così deciso. Lui le aveva
fatto credere di condurre il gioco, l'aveva lasciata guidare per
un breve tratto e poi, con uno scarto, l'aveva sbalzata dal posto
di guida e relegata nel portabagagli. Ce l'hai fatta. Lo sapevo
che tu ce l'avresti fatta. Curvo sul suo viso faceva con gli occhi
un discorso di dominio e passione rovente, che lei ricambiava. "Hai
gli occhi da belva" le disse.
Dopo poco lasciò andare la presa. C'era ancora tanto da fare,
non voleva che tutto finisse in pochi minuti di sesso orale. La
sollevò. Le afferrò i fianchi attirandola a sè,
strusciandosi sulla seta. Lei ricambiò il gesto poi, per
istinto, si voltò e lasciò che tutta la sua femminilità
più recondita si esprimesse nell'ondeggiare dei glutei. Lui
alzò la gonna e premette contro quella invitante luna tonda.
Sentimi... Lo so che non resisti. Lo so.. Si chinò appena
in avanti, continuando quel movimento ondulatorio che lo stuzzicava,
lo faceva fremere, finchè le strinse i fianchi e si insinuò
tra le cosce. La prese così, poggiata alla poltrona che era
lì davanti, la gonna sulla schiena, le dita nella carne.
Il cuore urlava di eccitazione, il desiderio era all'apice del suo
percorso. I glutei percossi dai colpi di lui tremolavano come onde
sismiche sull'acqua. Il fiato spezzato, i gemiti strozzati...
Si tolse, d'un tratto. Ma.. dove cavolo vai? Ancora no, pensava
lui, ancora no.
"Togliti la gonna" ordinò. Era un ordine delicato,
quasi un suggerimento. La tolse e rimase seminuda, con la blusa
e i sandali. Neanche per un momento si sentì ridicola. Non
c'erano più codici a cui rispondere. Ne' bello ne' brutto.
Ne' giusto ne' sbagliato. Ne' triste ne' allegro. Era tutto nuovo,
tutto da riscrivere. La osservò. "Siediti sul letto
e toccati per me." Rimase poggiato contro la finestra, mentre
lei raggiunse il grande letto bianco. Si accomodò sul bordo
e aprì le gambe, lentamente, come per svelare un segreto
finora a tutti celato. Si accarezzò con la destra, come quando
era sola nel suo bagno, o tra le lenzuola calde del mattino. Si
accarezzò e gemette di piacere, ancor di più perchè
quell'uomo la stava guardando. Lo sguardo di lui era velato di desiderio
e stupore per una donna che aveva fatto dei suoi momenti più
intimi uno spettacolo per lui, senza vergogna, senza pudore, senza
tentennamenti. Non ci credevi che lo avrei fatto. Ma tu non mi conosci...
Sono qui per questo. Sono qui per te.
Venne da lei, al letto. Le tolse la blusa e la fece sdraiare. Era
impaziente, bianca ed impaziente. Lo voleva, non poteva più
resistere. Di nuovo la prese da dietro, in ginocchio sul letto,
la testa di lei sulle bianche lenzuola, tutti i capelli sparsi d'intorno.
La prese con forza e passione, mentre lei tormentava la stoffa candida
con le mani, e gemeva stordita dal piacere suo e da quello dell'altro.
Quando quel piacere fu parossistico e incontenibile, sciolse il
suo orgasmo su quel culo tondo, sollevato per lui, bagnandolo dello
sperma caldo e vivace. Poi sospirò, più volte, stendendosi
accanto a lei, in completo contatto col suo corpo morbido. Lei lo
guardò e vide la mano sporca del liquido bianco. La prese
e lentamente ripulì ogni dito con la bocca, leccandolo per
bene, premurosamente, mentre lo guardava e parlava in silenzio.
Guarda. Guarda cosa sto facendo per te. Guarda fino a che punto
mi sto concedendo. Guarda quanto ti voglio. Voglio ogni cosa di
te. Stupito. Lui era stupito.
Andarono a cena che era notte inoltrata e smisero di essere degli
sconosciuti. Seppero dell’uno e dell’altra, quanto c’era
da sapere. Parlarono pacatamente, mangiando e bevendo. Mai pensarono
al sesso, ne’ a quello appena fatto ne’ a quello che
sarebbe venuto. Lei notò il contegno di lui a tavola, misurato
e raffinato. Lui notò la disinvoltura di lei in quell’ambiente
esclusivo e rigoroso.
Tornarono in camera scherzando come vecchi amici, ritrovando l’ironia
dei giorni passati nelle parole. Però! Sei simpatico anche
dal vivo. Chissà quali altre sorprese nascondi…
Sedettero sulle due poltrone della stanza, vicini. Lui la guardava
e sorrideva con ironia. Mi stai studiando. Perché quel sorriso
ironico? Cosa ho che non va? “Perché mi guardi?”
“Mi sto chiedendo cosa farai adesso…” Adesso ti
farò morire… e poi mi bacerai.
Sorrise, e sfilò il piede destro dal sandalo di raso ricamato.
Lo poggiò sul suo piede e cominciò a risalire la gamba
accarezzandola con la pianta, su fino al ginocchio, poi lungo la
coscia. Distese il piede mentre lo dirigeva verso l’inguine
e sfiorò il pene, nascosto dai pantoloni, indugiando in pressioni
e carezze che lo ravvivarono subito. Quel piede sembrava la coda
di una sirena, sinuoso ed eccitante. “Questa è una
cosa che mi fa impazzire…” mormorò lui. “Te
l’ho letto negli occhi.” Spavalda…
Lui aprì i pantaloni, per permettere il contatto con la pelle
e scivolò in avanti lungo il bordo della poltrona. Lei si
alzò, aprì la lampo della gonna e lasciò che
le cadesse ai piedi. Poi mosse verso di lui e quando ci fu mise
le gambe al di fuori delle sue, rimanendo in piedi, divaricata.
Gli prese la testa con la mano e la attirò a sé, al
suo sesso umido, pretendendo baci e carezze. L’uomo non si
fece pregare e le baciò le cosce, mordendole e lasciando
segni rossi ovunque, mentre le mani afferravano i glutei, torturandoli.
Posò la bocca in quel punto in cui le labbra si uniscono
e con la lingua cominciò a dispensare un piacere fremente,
intenso, senza smettere di torturarla anche con le mani. Le tremavano
le gambe, non era certa di poter rimanere in piedi. Non era solo
stanchezza. Era stordimento. Si aggrappò alla testa di lui,
trattenendolo contro di sé, con la voglia improvvisa di avere
tutto subito. Ma quello la trascinò sul letto, dove la fece
sdraiare per poi sedersi su di lei, sul ventre, e strofinarle addosso
la sua erezione, stringendola ai fianchi con le gambe e muovendosi
in avanti, verso il seno, fino a trovarsi con le gambe sotto le
sue braccia e il pene stretto tra i grandi seni tondi, che morbidamente
lo accarezzavano ad ogni movimento del bacino. Come sono belle le
mie tette così. Sembrano fatte apposta…E tu come sei
bello pieno di desiderio. Lo guardava, dominante su di se’.
Eppure non si sentiva dominata. Non era stata rapita. Non c’era
niente che facesse contro la sua volontà. Tutto quello che
accadeva le sembrava somigliante più ad un dialogo che ad
una lotta. Ed ora quell'uomo non era più uno sconosciuto...
Una volta parlo io, una volta parli tu….
Le scivolò tra le gambe aperte. Si insinuò dentro
di lei e cominciò a muoversi piano, lentamente. Una tortura.
Ascoltava ogni movimento, ogni respiro. Lo accarezzava, lo stringeva
forte. Gli prese i glutei per farlo affondare ancora di più
in lei. Erano faccia a faccia. Lui sorrise. Lei sorrise. Poi le
sembrò di essere al di fuori del tempo e dello spazio. Sentì
l’armonia che c’era tra loro. Era entrata in gioco la
tenerezza. Sentì una simbiosi mai provata. Il piacere la
stordiva. Era commossa. Lui la guardò intensamente, gli occhi
brillanti, il viso illuminato da quel momento così unico.
“Che c’è?” chiese lei con un filo di voce.
“Niente…” “Mi stavi guardando con due occhi…”
Non rispose. Annuì soltanto. E la baciò. La baciò
con le labbra socchiuse, stringendola forte. Mi stai baciando…
La baciò con la lingua timida, rispettosa. Oddio. Mi stai
baciando! Mentre la baciava aumentò il ritmo, aumentò
il respiro. La frenesia dell’amplesso li portò all’apice
del piacere, insieme, incredibilmente. Le sembrò di essere
sollevata dal letto, di ondeggiare nell'aria con lui, uniti, stretti,
offuscati di piacere e godimento.
Dopo rimase su di lei, abbracciato. Ogni tanto si sollevava per
baciarla, e baciarla, e baciarla ancora.
“Dormi qui..” “Non posso lo sai. Non posso…”
Fai una pazzia stupida! Manda tutto a fanculo e dormi qui, accanto
a lui. Sparisci per una notte! “Sarebbe bello” “Sì…
ma non posso proprio.”
Quando andò via la accompagnò alla macchina, nel parcheggio.
Lì la bacio mille volte. Non riusciva a lsciarla andare e
lei non riusciva ad andarsene. Erano passate cinque ore da quando
aveva percorso quel corridoio, sentendo risuonare i passi insieme
al martellare del cuore. “Devo andare. Devo…”
“Sì…” “Quando ti rivedrò?”
“Presto. Molto presto.” rispose, baciandola ancora una
volta.
Non si videro mai più.
E’ passato tanto tempo. Certe notti, quando il mondo dorme
e resta sola con i suoi pensieri, i ricordi, la malinconia, lei
ancora lo piange. |