Racconti a tema Blog-show.com
stampaStampa
Logo di Blog-show
Racconti a Tema di Blogshow
Come partecipare : Massimo di 3 pagine di Word,storie di fantasia.Ci riserviamo di non accettare i racconti inviati a: redazione@blog-show.com Indicare e-mail dell'iscrizione, indirizzo blog, nick, titolo racconto.
Blogshow La vetrina italiana dei blogSei stato pubblicato? Esponi questo Banner!
Racconti a Tema di Blogshow
Torna all'indice
Attenzione! Termini sessualmente esplicitiTermini sessualmente espliciti

Spuma http://spuma.splinder.com

Ballando con uno sconosciuto
“Verrai nella mia camera, in albergo. E lì ti scoperò. Forse” Senza possibilità di replica, così le sembrava quella frase. Doveva avere più paura di non piacergli o del pericolo che avrebbe corso? No no no… non poteva andare nella camera d’albergo di uno sconosciuto. Non poteva mostrarsi una smidollata. “Non ci penso proprio. Non ti conosco. Verrai nella hall, e se avrò di te una buona impressione salirò in camera. Forse” Giocare ad armi pari, questo voleva. Una volontà contro l’altra. Una personalità contro l’altra. Un cervello contro l’altro. Era stato uno scontro tra cervelli dall’inizio. Ma lui era disarmante. “Mi conosci… ti sto parlando di me da giorni. Sai tutto quello che c’è da sapere. Sai che puoi fidarti. E se non ti piacerò andremo a cena. Ma se vuoi così, va bene.” Oh no, non poteva arrendersi così. Le toglieva tutto il gusto della lotta e la faceva apparire paurosa e stupida. Come se non valesse la pena intraprendere questa battaglia con lei. “Vedremo…”
Poi venne il giorno. “Sono qui, nel parcheggio dell’hotel. Scendi” “Sali” “No, scendi.” “Scenderò e verrò a prenderti e tutti penseranno che sei una puttana che va col suo cliente” Tutte le argomentazioni le aveva lui. Vere o false, colpivano dritto dove facevano più male. Immaginava la scena di loro due che non si erano mai visti nella hall, a chiedersi rispettivamente ma sei tu? “Arrivo…” “Stanza 3014. La porta è socchiusa.”
In ascensore sentiva solo il suo cuore che batteva come il tamburo di una banda d’ottoni. Aveva paura. Una paura eccitante, che scorreva nel sangue e nei muscoli. L’ansia di piacere, il gusto del rischio. Il corridoio era deserto, solo il rumore dei tacchi alti risuonava. La seta rosa della gonna le solleticava le cosce e accarezzava i glutei. Paura Paura Paura. La porta socchiusa. Sono qui, entrerò. Lui sarà in fondo alla stanza, ne sono certa. Mi guarderà e per arrivare a lui dovrò fare una passerella. Tirò su le spalle, un respiro profondo, una ravviata ai lunghi capelli castani ed era dentro. “Ciao..” Lui era in fondo alla stanza, e la guardava. Poi le andò incontro. “Sono imbarazzatissima…” “Così deve essere. Sto già godendo del tuo imbarazzo. E’ bellissimo”
Due bicchieri di prosecco. Bere, almeno c’è qualcosa da fare che stempera l’imbarazzo, la vergogna. “Vuoi uscire a cena?” “No…” E quel no era detto con un filo di voce. E se lui invece vuole uscire a cena? Se non gli piaccio? Me ne vado.. Sì me ne vado… “E tu?” “Neanche io” Che fare? Che fare? La finestra… “Bella vista…” “Sì. E’ un bel parco.” Lui era lì, accanto a lei. E poi dietro di lei. Sentiva il suo respiro tra i capelli. La sua mano sul culo. O santo cielo! Mi sta toccando il culo! Ma le piaceva quella carezza, la sentiva tutta. Sentiva il calore della mano attraverso la stoffa. Sono qui per questo dopotutto. Sono qui per questo…

Volle vederlo, non solo sentirlo. Si voltò distaccandosi leggermente. Guardò la camicia e i pantaloni di colore nero, i piedi nudi sulla calda moquette, gli occhiali leggeri, i capelli quasi rossi, la stempiatura, gli occhi vivi, la bocca fina. Neanche per un momento si domandò se fosse brutto o bello. Neanche per un momento pensò che fosse importante saperlo. Le piacevano i bottoni. Aprirli ed infilare piano una mano a trovare la pelle. Ne aprì un paio, sul torace, ed insinuò le lunghe dita tra i lembi della camicia, senza smettere di guardarlo negli occhi, raccontando con lo sguardo il piacere dei polpastrelli. Lui si era fermato, osservava e aspettava di vedere cosa sarebbe successo. Nessuno parlava, non era il momento delle parole, delle spiegazioni. Sarebbero venute poi, forse. Gli accarezzava il petto con tutto il palmo, vedendolo prima ancora di averlo davanti agli occhi. Immaginandone le forme, la disposizione dei peli, la dimensione dei capezzoli. Quando lo ebbe percorso tutto, sbottonò completamente la camicia e la spinse dietro le spalle, lasciandola cadere sul davanzale su cui lui era poggiato. Si chinò a baciare la pelle. Baci leggeri, delicati, quasi uno sfioramento che lentamente si faceva più pressante, appassionato. Sul petto, sull’addome, poi più su, le spalle, il collo. Poi di nuovo si chinò a mordicchiare i fianchi, che adorava. Piccoli morsi, appena appena dolorosi, che lui gradì rabbrividendo e gemendo. Era attratta dal suo collo come un vampiro e vi si dedicò con trasporto, come se stesse cesellando un’opera preziosa. Era vuota di aspettative, di pregiudizi, vuota di modi di essere predeterminati, vuota anche di se stessa. Mentre era lì e misurava il suo corpo con la bocca ad ogni respiro fuoriusciva da lei il passato, tutto quello che fino ad allora aveva pensato e creduto, e la sua mente e il suo cuore divenivano nuovi spazi bianchi da riscrivere, da riempire di sensazioni diverse da sempre, di nuove verità e comprensioni. Lui si lasciava andare e godeva ad occhi chiusi della lingua calda che lo percorreva, dei baci morbidi che ne asciugavano la scia, tenendo delicatamente una mano tra i capelli di lei.
Dall’ombelico risalì verso il viso, lasciando che i seni regalassero una carezza sensuale al corpo di lui, dal pube in su. Gli baciò il mento, le orecchie, le guance. Ancora una volta gli parlò dagli occhi e desiderò baciarlo, ma lui si ritrasse al suo tentativo. “Non ti bacerò, te lo dico subito. Bacio solo quando amo.” aveva detto lui, prima dell’incontro. Mi bacerai. Oh sì che mi bacerai!


Quando fu di nuovo alla sua altezza lui la strinse a sè per meglio sentirne il corpo caldo. Le baciò il collo mentre le mani cercavano spazi di carne sotto la blusa, premendo sulla schiena, solleticando i fianchi. Con la destra sollevò la gonna arricciandone la stoffa. Lei sentì quella mano percorrerle le cosce, accarezzare i glutei lasciati nudi dal pizzo della biancheria, stringerli e afferrarli, e provò quasi dolore. La sentì inoltrarsi leggera ma decisa tra le sue gambe, a cercare il fulcro del suo piacere, a farla gemere. Quella mano sapiente la scuoteva, la faceva tremare, e più ancora la eccitava l'idea che appartenesse ad uno sconosciuto, che mai prima d'ora quell'uomo era stato con lei in tale confidenza da permettergli tanto. Il suo corpo si faceva sempre più leggero, quasi distaccato dalla mente, dotato di vita propria, indipendente. Le sue mani smaniavano alla conquista della pelle di lui. Gli aprì i pantaloni e, come aveva fatto con la camicia, infilò la mano anzichè scoprirlo, per godere del tatto prima che della vista. Senza sorpresa, lo scoprì eccitato.Indugiò solo per poco in carezze appassionate, poi abbassò i pantaloni e nel farlo anche lei si abbassò, lentamente, fino ad essere accovacciata sui talloni, il viso all'altezza di quel pene sfacciato, duro e diritto per il desiderio. Ma non lo toccò. Non lo sfiorò neanche. La sua attenzione fu per i fianchi, per l'inguine, che tracciò con la lingua, per il pube, che accarezzò e baciò, per le cosce. Lui gemeva, impaziente di sentire le labbra, di provare il calore della sua bocca. Ma lei ci girava intorno, ogni volta dando l'illusione che fosse la volta giusta, ogni volta deludendo le aspettative e creando maggiore tensione. Eppure lei stessa lo desiderava, voleva tastarne il sapore, avvolgerlo con la lingua, stringerlo nella bocca. E non appena, sollevandosi leggermente, socchiuse le labbra e si dispose a baciarne la punta, lui le afferrò i capelli con forza, costringendola a ripiegare la testa indietro mentre le mani mollavano la presa dai fianchi e si poggiavano dietro, sul pavimento, per sostenere la schiena. Fu allora, proprio allora, che lo sconosciuto, continuando a tenerla per i capelli, penetrò in quella bocca sorpresa, prima piano, poi, quando sentì che il piacere aveva preso il posto dello stupore e gli occhi di lei fiammeggiavano di desiderio, con più forza.
Si sentì annientata. Tutta la forza, tutti i sentimenti, l'orgoglio, la decisione, il carattere, la fierezza, tutto gli donava ogni volta che sentiva il fiato mancarle, ogni volta che lui affondava nella gola. Era in suo potere e le piaceva. Nessuno aveva saputo dominarla, nessuno aveva saputo sorprenderla con un gesto tanto audace. Nessuno era mai stato capace di afferrarle i capelli in quel modo, così volitivo, così deciso. Lui le aveva fatto credere di condurre il gioco, l'aveva lasciata guidare per un breve tratto e poi, con uno scarto, l'aveva sbalzata dal posto di guida e relegata nel portabagagli. Ce l'hai fatta. Lo sapevo che tu ce l'avresti fatta. Curvo sul suo viso faceva con gli occhi un discorso di dominio e passione rovente, che lei ricambiava. "Hai gli occhi da belva" le disse.
Dopo poco lasciò andare la presa. C'era ancora tanto da fare, non voleva che tutto finisse in pochi minuti di sesso orale. La sollevò. Le afferrò i fianchi attirandola a sè, strusciandosi sulla seta. Lei ricambiò il gesto poi, per istinto, si voltò e lasciò che tutta la sua femminilità più recondita si esprimesse nell'ondeggiare dei glutei. Lui alzò la gonna e premette contro quella invitante luna tonda. Sentimi... Lo so che non resisti. Lo so.. Si chinò appena in avanti, continuando quel movimento ondulatorio che lo stuzzicava, lo faceva fremere, finchè le strinse i fianchi e si insinuò tra le cosce. La prese così, poggiata alla poltrona che era lì davanti, la gonna sulla schiena, le dita nella carne. Il cuore urlava di eccitazione, il desiderio era all'apice del suo percorso. I glutei percossi dai colpi di lui tremolavano come onde sismiche sull'acqua. Il fiato spezzato, i gemiti strozzati...
Si tolse, d'un tratto. Ma.. dove cavolo vai? Ancora no, pensava lui, ancora no.


"Togliti la gonna" ordinò. Era un ordine delicato, quasi un suggerimento. La tolse e rimase seminuda, con la blusa e i sandali. Neanche per un momento si sentì ridicola. Non c'erano più codici a cui rispondere. Ne' bello ne' brutto. Ne' giusto ne' sbagliato. Ne' triste ne' allegro. Era tutto nuovo, tutto da riscrivere. La osservò. "Siediti sul letto e toccati per me." Rimase poggiato contro la finestra, mentre lei raggiunse il grande letto bianco. Si accomodò sul bordo e aprì le gambe, lentamente, come per svelare un segreto finora a tutti celato. Si accarezzò con la destra, come quando era sola nel suo bagno, o tra le lenzuola calde del mattino. Si accarezzò e gemette di piacere, ancor di più perchè quell'uomo la stava guardando. Lo sguardo di lui era velato di desiderio e stupore per una donna che aveva fatto dei suoi momenti più intimi uno spettacolo per lui, senza vergogna, senza pudore, senza tentennamenti. Non ci credevi che lo avrei fatto. Ma tu non mi conosci... Sono qui per questo. Sono qui per te.
Venne da lei, al letto. Le tolse la blusa e la fece sdraiare. Era impaziente, bianca ed impaziente. Lo voleva, non poteva più resistere. Di nuovo la prese da dietro, in ginocchio sul letto, la testa di lei sulle bianche lenzuola, tutti i capelli sparsi d'intorno. La prese con forza e passione, mentre lei tormentava la stoffa candida con le mani, e gemeva stordita dal piacere suo e da quello dell'altro. Quando quel piacere fu parossistico e incontenibile, sciolse il suo orgasmo su quel culo tondo, sollevato per lui, bagnandolo dello sperma caldo e vivace. Poi sospirò, più volte, stendendosi accanto a lei, in completo contatto col suo corpo morbido. Lei lo guardò e vide la mano sporca del liquido bianco. La prese e lentamente ripulì ogni dito con la bocca, leccandolo per bene, premurosamente, mentre lo guardava e parlava in silenzio. Guarda. Guarda cosa sto facendo per te. Guarda fino a che punto mi sto concedendo. Guarda quanto ti voglio. Voglio ogni cosa di te. Stupito. Lui era stupito.

Andarono a cena che era notte inoltrata e smisero di essere degli sconosciuti. Seppero dell’uno e dell’altra, quanto c’era da sapere. Parlarono pacatamente, mangiando e bevendo. Mai pensarono al sesso, ne’ a quello appena fatto ne’ a quello che sarebbe venuto. Lei notò il contegno di lui a tavola, misurato e raffinato. Lui notò la disinvoltura di lei in quell’ambiente esclusivo e rigoroso.
Tornarono in camera scherzando come vecchi amici, ritrovando l’ironia dei giorni passati nelle parole. Però! Sei simpatico anche dal vivo. Chissà quali altre sorprese nascondi…
Sedettero sulle due poltrone della stanza, vicini. Lui la guardava e sorrideva con ironia. Mi stai studiando. Perché quel sorriso ironico? Cosa ho che non va? “Perché mi guardi?” “Mi sto chiedendo cosa farai adesso…” Adesso ti farò morire… e poi mi bacerai.
Sorrise, e sfilò il piede destro dal sandalo di raso ricamato. Lo poggiò sul suo piede e cominciò a risalire la gamba accarezzandola con la pianta, su fino al ginocchio, poi lungo la coscia. Distese il piede mentre lo dirigeva verso l’inguine e sfiorò il pene, nascosto dai pantoloni, indugiando in pressioni e carezze che lo ravvivarono subito. Quel piede sembrava la coda di una sirena, sinuoso ed eccitante. “Questa è una cosa che mi fa impazzire…” mormorò lui. “Te l’ho letto negli occhi.” Spavalda…
Lui aprì i pantaloni, per permettere il contatto con la pelle e scivolò in avanti lungo il bordo della poltrona. Lei si alzò, aprì la lampo della gonna e lasciò che le cadesse ai piedi. Poi mosse verso di lui e quando ci fu mise le gambe al di fuori delle sue, rimanendo in piedi, divaricata. Gli prese la testa con la mano e la attirò a sé, al suo sesso umido, pretendendo baci e carezze. L’uomo non si fece pregare e le baciò le cosce, mordendole e lasciando segni rossi ovunque, mentre le mani afferravano i glutei, torturandoli. Posò la bocca in quel punto in cui le labbra si uniscono e con la lingua cominciò a dispensare un piacere fremente, intenso, senza smettere di torturarla anche con le mani. Le tremavano le gambe, non era certa di poter rimanere in piedi. Non era solo stanchezza. Era stordimento. Si aggrappò alla testa di lui, trattenendolo contro di sé, con la voglia improvvisa di avere tutto subito. Ma quello la trascinò sul letto, dove la fece sdraiare per poi sedersi su di lei, sul ventre, e strofinarle addosso la sua erezione, stringendola ai fianchi con le gambe e muovendosi in avanti, verso il seno, fino a trovarsi con le gambe sotto le sue braccia e il pene stretto tra i grandi seni tondi, che morbidamente lo accarezzavano ad ogni movimento del bacino. Come sono belle le mie tette così. Sembrano fatte apposta…E tu come sei bello pieno di desiderio. Lo guardava, dominante su di se’. Eppure non si sentiva dominata. Non era stata rapita. Non c’era niente che facesse contro la sua volontà. Tutto quello che accadeva le sembrava somigliante più ad un dialogo che ad una lotta. Ed ora quell'uomo non era più uno sconosciuto... Una volta parlo io, una volta parli tu….
Le scivolò tra le gambe aperte. Si insinuò dentro di lei e cominciò a muoversi piano, lentamente. Una tortura. Ascoltava ogni movimento, ogni respiro. Lo accarezzava, lo stringeva forte. Gli prese i glutei per farlo affondare ancora di più in lei. Erano faccia a faccia. Lui sorrise. Lei sorrise. Poi le sembrò di essere al di fuori del tempo e dello spazio. Sentì l’armonia che c’era tra loro. Era entrata in gioco la tenerezza. Sentì una simbiosi mai provata. Il piacere la stordiva. Era commossa. Lui la guardò intensamente, gli occhi brillanti, il viso illuminato da quel momento così unico. “Che c’è?” chiese lei con un filo di voce. “Niente…” “Mi stavi guardando con due occhi…” Non rispose. Annuì soltanto. E la baciò. La baciò con le labbra socchiuse, stringendola forte. Mi stai baciando… La baciò con la lingua timida, rispettosa. Oddio. Mi stai baciando! Mentre la baciava aumentò il ritmo, aumentò il respiro. La frenesia dell’amplesso li portò all’apice del piacere, insieme, incredibilmente. Le sembrò di essere sollevata dal letto, di ondeggiare nell'aria con lui, uniti, stretti, offuscati di piacere e godimento.
Dopo rimase su di lei, abbracciato. Ogni tanto si sollevava per baciarla, e baciarla, e baciarla ancora.
“Dormi qui..” “Non posso lo sai. Non posso…” Fai una pazzia stupida! Manda tutto a fanculo e dormi qui, accanto a lui. Sparisci per una notte! “Sarebbe bello” “Sì… ma non posso proprio.”
Quando andò via la accompagnò alla macchina, nel parcheggio. Lì la bacio mille volte. Non riusciva a lsciarla andare e lei non riusciva ad andarsene. Erano passate cinque ore da quando aveva percorso quel corridoio, sentendo risuonare i passi insieme al martellare del cuore. “Devo andare. Devo…” “Sì…” “Quando ti rivedrò?” “Presto. Molto presto.” rispose, baciandola ancora una volta.
Non si videro mai più.
E’ passato tanto tempo. Certe notti, quando il mondo dorme e resta sola con i suoi pensieri, i ricordi, la malinconia, lei ancora lo piange.

 
stampaStampa