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Attenzione! Termini sessualmente esplicitiTermini sessualmente espliciti

OsvaldoCortina http://lamemoriadellacarta.splinder.com

Ardesia

Umido. Il fazzoletto di carta stava sul lavandino di ardesia dell’antibagno. Lei lo aprì un poco e lo avvicinò alle narici. Tirò su due volte. Alla seconda le froge si dilatarono perfettamente. E il sangue le affluì alle guance conferendole un’aria di ragazzina perbene accaldata dai giochi dei maschietti. Immaginai questa scena appena la vidi che tornava al suo posto. Aveva ancora il viso arrossato e lo sguardo un po’ stanco.
***
Posso giurarlo: tutto cominciò per caso. Non ricordo bene come, ma garantisco che avvenne senza premeditazione. Non avrei mai pensato che potesse succedermi una cosa del genere. Non cerco questo genere di svaghi, anche se non disdegno certi piaceri che solo con il corpo si possono prendere e dare. Sono, a soli 35 anni, revisore capo di una società di consulting dal passato glorioso; ed è un ruolo di responsabilità che richiede serietà.
Quando questa storia ebbe inizio era un giorno qualunque in un periodo in cui il lavoro in azienda languiva. I due grandi crack finanziari frutto della bolla speculativa del sottore tecnologico, di cui si era tanto parlato nei mesi precedenti e di cui ora si tacevano i risvolti, avevano completamente decimato i nostri clienti, tutte dotcom con fragili basi industriali.
Quel giorno ero appena riuscito a installare messenger sul mio computer. I vecchi contatti erano tutti non in linea. Chiesi perciò ai colleghi di darmi ognuno il proprio indirizzo in modo da poter utilizzare quello strumento per scambiarsi velocemente file e brevi testi. O anche solo per le quotidiane comunicazioni di servizio.
L’ambiente era tra i più asettici e plumbei in cui avessi mai lavorato. E un po’ forse, mi ero ingrigito anch’io. Ero stato, a inizio di carriera, in uffici in cui nei cassetti delle scrivanie non mancavano mai le birre e, spesso, alle tre o alle quattro di pomeriggio ci si concedeva anche una pausa spinello. Ma lì era diverso: tutto molto rigido, sobrio; anche le persone sembravano aver assunto un colore cenere. E se anche mi fossi sforzato, non avrei potuto intravedere in nessuna di quelle persone che mi circondavano un essere umano degno di questo nome e vivo, benché fossero tutti rispettabili professionisti.
Dopo qualche minuto insieme ai piccoli corpicini rossi comparirono quelli verdi, e tra questi c’era anche il suo. Lo ripeto, non ricordo se fu per un messaggio di lavoro o per qualcosa di futile che iniziammo a scambiarci parole scritte. Nonostante lavorassimo insieme già da mesi, non ci eravamo quasi mai rivolti la parola, se non per dirci ciao, buongiorno, a domani.
E anche a lei, come si dice, non avrei dato un centesimo. Pareva addirittura la più triste di tutti. Aveva un non so che di mesto che la rendeva ai miei occhi una persona quasi insignificante.
Il primo messaggio, credo che fu lei a spedirmelo, diceva solo ciaooo, come se non ci fossimo già salutati a voce. Il secondo fu uno sbuffo di noia, che io confermai. Erano giorni un po’ noiosi. Il lavoro languiva e noi cercavamo di ammazzare il tempo giocando a tetris o ad arkanoid. Cominciammo a scambiarci domande un po’ stupide, come se ci fossimo incontrati in quel momento per la prima volta. Provenienza, gusti, stato civile e altre sciocchezze senza senso. Ecco, fu proprio per continuare a giocare, ma a giocare un gioco differente, che iniziammo con il passatempo delle immagini mentali.
Lo proposi io. Le dissi, se dico ruota, cosa ti viene in mente? E lei mi scrisse di una passeggiata in bicicletta lungo l’alzaia della martesana fatta qualche anno prima. Quando fu il suo turno di dire la parola chiave, disse gomma. Hanno ancora l’odore di gomma da masticare e fumo di sigaretta le ragazze che ho baciato a quindici anni. L’idea la sorprese, credo. E le piacque. Tanto che continuò, quando fu di nuovo il suo turno, a chiedermi di odori e sapori. Io continuai a raccontarle di certi odori forti che, ancora adolescente, mi colpirono al naso con una violenza che lasciò il segno per tutti gli anni a venire.
Non ho dubbi: azzeccai, per un colpo di fortuna incredibile, uno dei suoi argomenti preferiti. Dopo qualche ora di conversazione il discorso si reggeva solo sugli odori e i sapori del corpo.
Non so cosa fu a consentirmi di forzare con facilità le serrature della sua intimità. Non so se fu la sua naturale propensione a lasciare che ciò avvenisse nel modo più agevole possibile, o se per il mio aspetto discreto. Credo che sia importante avere un’immagine sobria, ti aiuta in ogni situazione e consente di tradire agilmente la tua indole. Ecco, io e lei, non c’è che dire, avevamo un’immagine talmente sobria che così, all’apparenza, nessuno avrebbe mai pensato che ci dilettavamo con cose del genere.
In verità, in un primo momento mi illusi di essere io l’artefice di tutto, il commediografo che con divina imitazione dà copro ai personaggi secondo un suo preciso disegno drammaturgico. Poi compresi che era lei a condurre il gioco, secondo le sue regole e le sue preferenze. E nonostante mi sforzassi di dirottare il discorso su un aspetto che ritenevo più importante, lei, con facilità, lo riportava sul binario che le era più congeniale. E il mondo degli odori le era assai congeniale. Sembrava possedere due sensi soltanto; sembrava vivesse in un mondo tutto suo dove le cose assumo forma e consistenza solo in virtù del loro odore e del gusto che hanno.
Lei conduceva una vita sessuale molto intensa. Non era eccessivamente appariscente, ma aveva certamente quella che comunemente si chiama carica erotica. Non le mancavano gli uomini e non faceva neanche troppo la preziosa: si concedeva senza troppo darsi troppe arie. Così, ogni mattina, attraverso quello strumento di comunicazione, mi dava conto delle sue nottate a due e non esitava a scendere nei particolari quando mostravo una certa curiosità per un fatto o per qualcosa che non mi era chiara. Anzi, credo che ci provasse gusto a centellinare i particolari, in modo da costringermi a farle domande.
E per non cadere nella monotonia dell’interrogatorio, ogni volta mi inventavo un gioco diverso.
Oltre a quello delle parole chiave ci fu quello delle fantasie inconfessabili. Mi raccontò di come avrebbe voluto essere presa da più uomini nello stesso momento. Mi descrisse anche di come fu che una volta decise di assaporare la sua stessa umidità vaginale. Mi disse che non aveva mai avuto rapporti con altre donne, ma che amava il corpo delle donne, le loro morbidezze, la loro pelle, i seni; e che per la possibilità di godere di tali frutti invidiava un poco gli uomini. Ma le relazioni omosessuali non le interessavano, almeno fino a quel giorno. Mi raccontò che spesso si era masturbata davanti a un grande specchio che aveva nel suo salotto: lo aveva fatto per dare piacere a un uomo che glielo aveva chiesto, ma poi, mi confesso, il piacere fu tutto suo. Aveva guardato il suo corpo contorcersi nello spasmo del piacere, aveva visto le sue labbra spalancarsi di piacere, e quando un rivolo di quella passione autosufficiente scivolò lunga la sua mano lo raccolse con lingua quasi per istinto. E non se ne pentì, mi disse. Le piacque il suo sapore. Anche se fu l’unica volta che lo fece.
Se quello che facevamo io e lei si può, con un’espressione che forse non dice nulla e certo mi pare non appropriata, chiamare sesso virtuale, in questo accoppiamento era come se la prendessi da dietro. Le nostre scrivanie erano disposte in modo che potessi vederla, mentre io ero coperto alla sua vista. Aveva un modo curioso di ravviarsi i capelli prima di rispondere a qualche domanda più impegnativa, oppure di annuire o asserire prima che a parole scritte con il movimento della testa. Io vedevo il suo corpo rispondere a ogni mia sollecitazione, lei non vedeva me. E così modulavo le parole come avrei fatto con i colpi di membro tra i suoi glutei sferici.
Ci fu un giorno in cui facemmo più giochi, uno dietro l’altro. Il crescendo di esaltazione portò la mia mente a partorire più idee. Prima le chiesi se le andava di fare un nuovo gioco: riuscire a farmi eccitare raccontandomi qualcosa di suo, nello spazio di dieci righe di messenger. Ci riuscì perfettamente. Era già a metà della sua opera che il mio membro era diventato gonfio, talmente turgido da farmi male. Mi raccontò di quando, a tredici anni, regalò la sua bocca al piacere del suo professore di educazione musicale di cui si era perdutamente innamorata, che sebbene giovane, aveva venti anni più di lei. Non le fu necessario scendere nei particolari. Mi bastò vedermela lì, a quella età, con il suo piccolo seno ancora da sbocciare, le gote arrossate di timidezza e quelle piccole labbra che avvolgevano carezzevoli un membro maturo.
Faticavo molto per non tradire i miei affanni agli occhi dei colleghi che mi stavano intorno. Lei, invece, la vedevo risistemarsi continuamente sulla sedia. Le chiesi come stesse, e mi disse che era bagnata. Così, nello stato in cui eravamo, le chiesi se le andava di fare ancora un altro gioco. Mi disse di sì. Le proposi, allora, di scambiarci gli odori.
Inutile dire che tra noi due non cui fu mai il benché minimo rapporto fisico, e che era nelle regole che non ci fu mai bisogni di dettarsi che tutto sarebbe sempre rimasto in una dimensione onirica: chiuso messenger tutto sarebbe al più diventato sogno, fantasia erotica a proprio uso e consumo. E non nego che qualche notte venne a farmi visita, nei sogni. Ma era molto meno disponibile e la sua ossessione per gli odori diventava esasperata: si fermava nuda al lato del letto in cui giaceva e mi permetteva solo di annusarle il pube proteso verso la mia faccia.
Il gioco era questo: saremmo andati in bagno, ognuno nel proprio; avremmo raccolto il nostro piacere e lo avremmo fatto avere all’altro.
Le cose non andarono perfettamente. Io trovai il gabinetto degli uomini occupato e dovetti attendere. Quando lei uscì dal suo bagno teneva la mano destra con il palmo rivolto in su; il medio e l’anulare brillavano ai raggio di un timido sole di marzo che entrava dalla finestrella dell’antibagno. Con un movimento molto rapido avvicinò quelle dita la mio naso e prima che potesse allontanarle gliele baciai. Fu l’unico contatto tra i nostri due corpi. L’odore del suo sesso non lo senti subito. Ma quando tornai alla mia scrivania, strofinandomi le labbra quell’effluvio esplodeva nel mio naso. E mi tenne i sensi tumidi finché il bagno degli uomini non si liberò. E continuai a stropicciarmi le labbra mentre in quella toilette riempivo una fazzoletto di carta della mia voluttà.

 
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